La causa ultima del vagabondaggio

di • 1 Agosto 2020

... quando viene fornito loro un alloggio sicuro, stabile e conveniente, le persone che vivono senza fissa dimora possono meglio affrontare gli altri problemi e le esigenze della loro vita, come i disturbi da dipendenza e le malattie mentali ...

Originale su
bahaiteachings.org

Sesta parte della serie:

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Dovremmo forse bandire i miliardari?

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La casa, un diritto umano

Foto di Franco Folini
(CC BY-SA 2.0)

Un giornalista mi ha chiesto quale sia motivo alla radice del fenomeno dei senzatetto. Io gli ho risposto la mancanza di una casa. Lui si è messo a ridacchiare come se io lo stessi prendendo in giro e mi ha ripetuto la domanda. Io, assolutamente serio, gli ho confermato la mia risposta.

Alcune società hanno compreso questo concetto fondamentale mentre altre no. Personalmente mi ci sono voluti alcuni anni di lavoro con i senzatetto per arrivarci. Anche gli insegnamenti bahá’í mi hanno aiutato a capire questa realtà:

O divina Provvidenza, siamo miserandi, concedici il Tuo soccorso; esuli errabondi, offrici il Tuo asilo: sbandati, uniscici; traviati, raccoglici nel Tuo gregge; diseredati, concedici una porzione; assetati, conducici alla fonte della Vita; fragili, rafforzaci sì che possiamo levarci ad aiutare la Tua Causa e a offrirci quale sacrifici viventi sulla via della guida. (‘Abdu’l-BaháAntologia 295)

Questa frase della preghiera di ‘Abdu’l-Bahá’, “esuli errabondi, offrici il Tuo asilo”, mi ha toccato profondamente e mi ha aiutato a distaccarmi dal vecchio modo tradizionale di trattare i senzatetto per trovarne uno completamente nuovo e molto più efficace. Lasciate che vi racconti come è andata.

Quando, con un gruppo di amici, fondammo lo Homeless Health Care Los Angeles, nel 1985, inizialmente operavamo secondo il modello di lavoro sociale standard che allora si usava per i senzatetto. Questo modello funzionava così: un senzatetto doveva affrontare una successione crescente di sfide per essere ospitato. Prima doveva accettare di sottoporsi ad un programma di consulenza sull’abuso di sostanze o di salute mentale e quindi doveva raggiungere un livello sufficiente di recupero per meritare ospitalità temporanea in alloggi nei centri di accoglienza. Successivamente doveva trovare un lavoro che gli avrebbe consentito finalmente l’assegnazione di un posto dove vivere come ricompensa per tutti gli sforzi fatti per rimettersi in riga.

In questo modello tradizionale, le regole e le restrizioni rendono ogni gradino di questa scala piuttosto difficile da salire. Se cadi dal carro della sobrietà, per esempio, anche se si tratta di una ricaduta minore e temporanea, ritorni al punto di partenza e ricominci tutto da capo. Basta una ricaduta nel corso del programma di trattamento e i centri di accoglienza più tradizionali non ti danno più nemmeno un letto dove dormire.

Tuttavia, mentre negli Stati Uniti, negli anni ‘80 e ‘90, esplodeva la crisi dei senzatetto, gli operatori di servizi assistenziali, come l’organizzazione che ho aiutato a gestire, presto iniziarono a rendersi conto che questo vecchio modello di assistenza sociale tendeva involontariamente a vittimizzare le persone che cercava di servire.

Ecco un esempio di vita reale di cui fui testimone a Los Angeles: una donna di nome Margaret (non il suo vero nome) si presentò in un centro di accoglienza temporanea per senzatetto a Skid Row con il fiato che puzzava di alcool. Nel centro c’era un posto letto disponibile ma le regole imponevano la sobrietà come condizione preliminare per l’ammissione e così Margaret fu allontanata. Quella notte, dormendo fuori sotto la pioggia, un ragno velenoso le morse un piede. Non aveva un’assicurazione sanitaria e quindi non poteva farsi visitare da un medico. Invece dovette andare al pronto soccorso dell’ospedale ma le ci sono voluti due giorni per arrivarci perché il dolore causato dal morso le rendeva difficile camminare e non c’erano autobus. L’ospedale non riuscì a salvarle il piede e glielo amputarono. Nel frattempo aveva contratto la polmonite per l’esposizione alle intemperie. Le furono prescritti antibiotici e iniziò a riprendersi ma fu poi rilasciata prematuramente dall’ospedale e rimessa per la strada. Pioveva ancora e lei camminava con le stampelle. Tre giorni dopo Margaret morì.

Nel caso di Margaret, come per centinaia di migliaia di senzatetto proprio come lei, potremmo presumibilmente trovare molte ragioni. Il suo alcolismo, la mancanza di servizi pubblici come cliniche e trasporti, la scarsità di alloggi popolari, l’enorme disparità tra ricchi e poveri nella nostra società, tutto ciò ha contribuito alla sua inutile morte. Ma la ragione principale, il dato di fatto che le regole del centro di accoglienza l’hanno respinta, rivelano il vero problema: la maggior parte dei senzatetto non ha letteralmente modo di trovare un rifugio contro le intemperie, il che rivela la mancanza di compassione che, in questa società, abbiamo per gli altri esseri umani.

Gli insegnamenti bahá’í affermano che tragedie così banali possono essere evitate solo se sviluppiamo una coscienza comune dell’unità dell’intera famiglia umana:

Tutti sono servi di Dio e membri della stessa famiglia umana. Dio ha creato tutti e tutti sono Suoi figli. Egli alleva e nutre tutti, provvede a tutti ed è buono con tutti. Perché dovremmo essere ingiusti e cattivi? Questo è il metodo di Dio, le cui luci hanno brillato in tutto il mondo. Il Suo sole dona generosamente il proprio fulgore a tutti. Le Sue nubi mandano la pioggia senza fare distinzioni o favoritismi. Le Sue brezze corroborano tutta la terra. È evidente che tutta l’umanità si trova al riparo della Sua misericordia e della Sua protezione. Alcuni sono imperfetti, devono essere migliorati. Gli ignoranti devono essere educati, gli ammalati risanati, i dormienti ridestati. Il bambino non deve essere oppresso o biasimato perché non è sviluppato. Deve essere educato con pazienza. Gli infermi non devono essere abbandonati perché sono sofferenti, ma dobbiamo avere compassione di loro e portare loro la guarigione. (‘Abdu’l-BaháLa promulgazione della pace universale 198)

Dopo aver lavorato con i senzatetto per alcuni anni, questa visione amorevole del mondo, questa visione dell’umanità come un’unica famiglia allargata dove tutti meritano la nostra cura e compassione, indipendentemente dalle loro condizioni, ha iniziato a cambiare il mio modo di considerare i senzatetto che incontravo. Ho iniziato a vedere le persone più povere e sfortunate della società, non come una categoria astratta chiamata senzatetto, ma come veri fratelli e sorelle. Ho iniziato a rendermi conto che il mio dovere di bahá’í e di membro della famiglia umana non era di giudicare gli altri, ma di aiutarli:

Chi siamo noi da poter giudicare? Come potremmo sapere chi agli occhi di Dio è l’uomo più retto? I pensieri di Dio non sono come i nostri… Com’è possibile quindi lodare se stessi e disprezzare gli altri

Cerchiamo allora di essere umili, senza pregiudizi, preferendo la bontà degli altri alla nostra. Non dobbiamo mai dire: «Io sono un credente, ma lui è un infedele», «Io sono vicino a Dio e lui è un reietto». Non potremo mai sapere quale sarà il giudizio finale! Aiutiamo quindi chiunque abbia bisogno di aiuto.

Istruiamo l’ignorante e curiamo il fanciullo finché raggiunga la maturità. Quando troviamo una persona caduta nei più profondi baratri della sventura e del peccato, dobbiamo essere gentili verso di lei, prenderla per mano, aiutarla a rimettersi in piedi e a riprendere le forze. Dobbiamo guidarla con amore e tenerezza e trattarla da amica e non da nemica. (‘Abdu’l-BaháSaggezza, pagg. 160, 161)

Questi insegnamenti bahá’í, così premurosi e compassionevoli, mi hanno aiutato a mettere in pratica un nuovo modo di operare con i senzatetto chiamato “Housing First”.

Il modello Housing First, creato negli anni ‘90 dall’attivista, psicologo e senzatetto, Sam Tsemberis, ha l’obiettivo primario di fornire rapidamente alloggi sicuri, convenienti e permanenti ai senzatetto, senza alcuna condizione preliminare.

Il modello Housing First per i senzatetto non fornisce solo alloggi, ma mette a disposizione dei partecipanti una gamma molto ampia di servizi come la consulenza e il trattamento della dipendenza. Le idee sull’Housing First di Tsemberis si basano su studi che hanno dimostrato che quando viene fornito loro un alloggio sicuro, stabile e conveniente, le persone che vivono senza fissa dimora possono affrontare meglio gli altri problemi e le esigenze della loro vita, come i disturbi da dipendenza e le malattie mentali. Questo modello inoltre riduce il frequente ricorso ai reparti di pronto soccorso e ai ricoveri psichiatrici.

In altre parole il metodo Housing First inverte i soliti passaggi del modello di trattamento tradizionale, riconoscendo che le persone hanno maggiori possibilità di migliorare se si stabilizzano prima in una casa. Tale modello, attualmente in uso in molte parti del mondo, ha anche contribuito a ridurre i costi complessivi per la società.

Mentre, nella nostra agenzia di servizi senza scopo di lucro, studiavamo e implementavamo questo nuovo modello di sostegno ai senzatetto, dalle mie ricerche sugli insegnamenti bahá’í ho appreso che anche i principi della mia Fede raccomandano un modello come Housing First, affermando che l’abitazione è un diritto umano per tutte le persone. Nel prossimo articolo di questa serie, esploreremo il diritto umano fondamentale all’abitazione nel diritto internazionale e negli insegnamenti bahá’í.

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Queste sono opinioni puramente personali e non rappresentano l’opinione della comunità bahá’í o di qualunque sua istituzione. Gli scritti bahá’í invitano ogni singolo ad una libera ed indipendente ricerca:

O FIGLIO DELLO SPIRITO!
Ai Miei occhi la più diletta di tutte le cose è la Giustizia; non allontanartene se desideri Me, e non trascurarla acciocché Io possa aver fiducia in te. Con il suo aiuto ti sarà possibile discernere coi tuoi occhi e non con gli occhi degli altri, e apprendere per cognizione tua e non con quella del tuo vicino. Pondera ciò nel tuo cuore, come t’incombe d’essere. In verità la Giustizia è il Mio dono per te e l’emblema del Mio tenero amore. Tienila adunque innanzi agli occhi.
(Bahá’u’lláhParole Celate, Arabo, n.2)

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