Fermare il linguaggio dell’oppressione

di • 15 Maggio 2020

... Possiamo, e dobbiamo, fare di meglio, per noi stessi, le nostre figlie, le nostre sorelle e le nostre madri ...

Originale su
bahaiteachings.org

Da ragazzo adoravo passeggiare per le strade di New York con mia madre. Vivevamo in un piccolo appartamento a Roosevelt Island, tra Manhattan e il distretto del Queens. Il sabato andavamo in città per fare commissioni, vedere un film o visitare un museo. Prendevamo il treno per andare a fare shopping nei negozi dell’usato al Greenwich Village o per dirigerci verso il centro dove esploravamo lo Schomburg Center for Research in Black Culture e lo Studio Museum di Harlem.

Mia madre sembrava sapere tutto quello che c’era da sapere sulla città: i posti migliori dove mangiare, tutte le cose interessanti da vedere e da fare. Esplorare Manhattan con lei era un’avventura alla scoperta della città. Durante l’estate pattinavamo a rotelle a Central Park mentre d’inverno ci divertivamo ​​pattinando sul ghiaccio al Rockefeller Center. Camminavamo per le cavernose sale del Metropolitan Museum e del Museum of Modern Art, assistevamo a spettacoli diurni a Off-Broadway, e qualche volta ci sedevamo su una panchina del parco per mangiare una fetta di pizza e ammirare la città in movimento.

Era molto divertente… beh, almeno la maggior parte delle volte. Il punto è che mia mamma era una donna bellissima. So che la maggior parte delle persone, in questo caso, direbbe la stessa cosa della propria madre ed è normale che lo faccia. Ogni individuo ha una dimensione di bellezza espressa esteriormente e/o interiormente, ma mia madre, Barbara Vivian Totten, era, nel linguaggio della strada, obiettivamente attraente, con la A maiuscola. Questo lo sapevo anche io sin da quando ero un bambino di 9 anni.

Lo potevo dire dal modo in cui le altre persone reagivano quando lei entrava in una stanza. I suoi lineamenti sorprendenti abbinati all’eleganza bohémien del suo modo di vestire, e al suo portamento regale facevano sì che fosse sempre al centro dell’attenzione. Alla fine degli anni ’60 lavorava come modella e apparve in foto a piena pagina nelle riviste Ebony e Jet, le uniche due che a quel tempo pubblicassero foto di modelle di colore.

Era abituata a essere guardata. Il più delle volte riceveva un’attenzione rispettosa. Gli uomini le facevano i complimenti per il colore degli occhi o per il suo sorriso, ma c’erano altre volte, quando qualcuno le urlava dietro passando in macchina o a piedi dall’altra parte della strada in un incrocio trafficato, e quei commenti erano un assalto alla sua dignità. Era in quei momenti che mi sentivo più protettivo nei suoi confronti. Pesavo meno di 40 chili ma ero pronto a combattere per difenderla.

Fin da bambino conoscevo la differenza tra ammirazione e desiderio di possesso. Lo capivo. La prima eleva, l’altro umilia. La prima riconosce la bellezza come un riflesso del Divino, l’altro privilegia la forma fisica sopra ogni altra cosa, incurante dello spirito che la anima.

Sviluppai una forte sensibilità per il rispetto che sentivo fosse dovuto a mia madre. Tale considerazione si estese a tutte le donne in generale e alle donne di colore in particolare. Forse era il modo in cui il corpo femminile nero sembrava rappresentare un punto focale di ideologie oppressive, un punto di convergenza tra razzismo e sessismo, che mi offendeva così profondamente. Mia madre, come tutte le donne di colore, stava facendo una guerra su due fronti e il peso di quell’oppressione mi sembrava assolutamente ingiusto.

Come ha scritto Maya Angelou in Io so perché canta l’uccello in gabbia, “Se crescere è doloroso per una bambina nera del Sud, rendersi conto di essere fuori posto è la ruggine sul rasoio puntato alla gola. È un insulto superfluo.” (Trad. di Maria Luisa Cantarelli, Edizioni Beat)

Per qualche ragione, non riuscivo a conciliare il fatto che le donne venissero considerate come oggetti con il modo in cui vedevo mia madre. C’era qualcosa in me che sapeva che ogni ragazza o donna era la figlia, la madre, la sorella, la zia o la nonna di qualcuno, e che, sostanzialmente, se ne maltrattavo una, maltrattavo tutti. Mi risentivo per il modo in cui alcuni dei miei coetanei parlavano delle ragazze in loro assenza e di come facevano loro advance in pubblico: “Ehi, piccola, come ti chiami?” “Oggi sei proprio bella, posso avere il tuo numero?”

Mantenere tale prospettiva, tuttavia, non è sempre stato facile, in particolare quando la potente influenza della cultura popolare rinforza riaffermazioni corrotte della mascolinità e concezioni perverse della femminilità che gradualmente modellano il modo in cui gli uomini e le donne considerano se stessi e gli altri. Per me, un esempio di questa amara realtà può essere rintracciato nell’ascesa e nella caduta di una nuova e avvincente forma d’arte che è nata nel ghetto urbano del South Bronx nei primi anni ‘80.

Avevo 11 anni quando l’hip hop esplose come fenomeno culturale. Sin dai suoi primi inizi a New York, con artisti come Grandmaster Flash, Sugar Hill Gang e Funky Fresh Crew, la musica rap si è sviluppata come il linguaggio poetico delle strade sul ritmo della musica.

A quei tempi c’era una coscienza sociale prevalente in gran parte di quella nuova forma d’arte, che aveva le sue radici nella performance poetry di Last Profet, Amiri Baraka e Gil Scott Heron. L’hip hop si è sviluppato come una risposta creativa alle ingiustizie strutturali della povertà, del razzismo e dell’eccessivo materialismo. In quel senso, condivideva un retaggio culturale con gli spirituals e il blues del Delta: i poveri, privati delle leve del potere, usano l’arte per rispondere alla loro situazione. Un esempio lampante di questo fu Grandmaster Flash e l’iconica canzone dei Furious Five The Message, lanciata nel 1982 dall’etichetta Sugar Hill Records. Il testo dice:

“I vetri rotti ovunque, le persone che pisciano sulle scale, sai che a loro non importa. Non riesco a sopportare l’odore, non riesco a sopportare il rumore. Non ho soldi per trasferirmi, immagino di non avere scelta. Ratti nella stanza di fronte, scarafaggi nella parte posteriore, drogati nel vicolo con la mazza da baseball. Ho cercato di scappare, ma non sono riuscito ad andare lontano perché l’uomo con il carro attrezzi mi ha pignorato la mia macchina.”

Come i suoi antecedenti storici, anche la musica rap è stata una modalità inventiva e liricamente sofisticata di trasmettere la conoscenza derivante dai ranghi dei diseredati. Negli anni ‘90, quando l’hip hop si trasformò in un fenomeno commerciale e si integrò nella cultura popolare, perse gran parte della sua sensibilità sociale e, senza una struttura morale solida, come forza fondante, assorbì le forze distruttive di una società degradata: materialismo, arroganza, violenza e misoginia. Questo tragico sviluppo, unito al potere di distribuzione e promozione del mercato, ha influenzato il sistema di valori di generazioni di giovani, dando priorità al desiderio di ricchezza rispetto all’onestà; all’egoismo rispetto all’umiltà; alla violenza rispetto alla consultazione e alla pace, e alla misoginia rispetto alla dignità e al rispetto per le donne.

Mentre il mio viaggio spirituale verso la Fede bahá’í si stava evolvendo negli anni ‘90, mi sono trovato sempre più in contrasto con la direzione che la musica stava prendendo. Gli insegnamenti di Bahá’u’lláh sulla nobiltà intrinseca dell’umanità sono diametralmente opposti al focus sull’eccessivo materialismo e sull’egoismo nel cuore di una società mal indirizzata. Bahá’u’lláh ha scritto nella sua opera Le parole celate:

Ti ho creato nobile, perché ti degradi? Dall’essenza del sapere ti diedi la vita, perché cerchi lume da altri che Me? Ti plasmai con la creta dell’amore, perché ti dai da fare con altri? Rivolgi lo sguardo in te stesso così che tu Mi possa trovare dentro di te, forte, possente e sufficiente a tutto.(Bahá’u’lláhParole Celate, Arabo, n.13)

La responsabilità di scegliere piuttosto che la violenza la pace, una dimensione così vitale della Fede bahá’í, è una rinuncia all’aggressività sregolata che qualcuno considera un aspetto inevitabile della virilità. Come ha scritto Bahá’u’lláh:

Lo scopo recondito della rivelazione di ogni Libro celeste, anzi, di ogni versetto divinamente rivelato è quello di dotare gli uomini di rettitudine e di comprensione, affinché la pace e la tranquillità siano saldamente stabilite fra loro. (Bahá’u’lláhSpigolature 213)

L’affermazione inequivocabile e inconfutabile della parità, non uguaglianza, tra i sessi, un pilastro della teologia bahá’í, è un clamoroso rifiuto delle gerarchie di potere basate sul genere che confinano all’incirca metà della popolazione mondiale in uno stato perpetuo di disuguaglianza. ‘Abdu’l-Bahá, il figlio di Bahá’u’lláh, spiegando gli insegnamenti bahá’í sulla parità tra donne e uomini, ha scritto:

Il mondo dell’umanità ha due ali – una, le donne, l’altra, gli uomini. Finché le due ali non saranno ugualmente sviluppate l’uccello non potrà volare. Se un’ala rimane debole, il volo è impossibile. Finché il mondo delle donne non diverrà pari a quello degli uomini nell’acquisizione di virtù e perfezioni non si potranno conseguire tutta la prosperità e il successo che sarebbero possibili altrimenti. (‘Abdu’l-BaháAntologia 283)

Ora, per chiarezza, va detto che la misoginia e il sessismo non sono un’innovazione della cultura hip hop. In effetti, per la maggior parte delle donne di colore in America, la loro prima esperienza di riduzione a oggetto di piacere e di violenza sessuale si è verificata sulla nave negriera e nella piantagione. Le donne di ogni razza ed etnia hanno, durante la storia umana, sopportato tremende sofferenze per mano degli uomini. Ma purtroppo la musica rap, come una serie di espressioni creative nella nostra cultura, ha fatto troppo poco per mitigare questa eredità dannosa. Troppo spesso, ha solo esacerbato i suoi effetti corrosivi.

Durante i momenti della mia vita nei quali purtroppo persi di vista questa prospettiva, il ricordo di mia madre alla fine mi riportò a questa realtà e l’affermazione esplicita e inequivocabile della parità di genere negli scritti bahá’í mi lega a questo principio imprescindibile. Possiamo, e dobbiamo, fare di meglio, per noi stessi, le nostre figlie, le nostre sorelle e le nostre madri.

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Queste sono opinioni puramente personali e non rappresentano l’opinione della comunità bahá’í o di qualunque sua istituzione. Gli scritti bahá’í invitano ogni singolo ad una libera ed indipendente ricerca:

O FIGLIO DELLO SPIRITO!
Ai Miei occhi la più diletta di tutte le cose è la Giustizia; non allontanartene se desideri Me, e non trascurarla acciocché Io possa aver fiducia in te. Con il suo aiuto ti sarà possibile discernere coi tuoi occhi e non con gli occhi degli altri, e apprendere per cognizione tua e non con quella del tuo vicino. Pondera ciò nel tuo cuore, come t’incombe d’essere. In verità la Giustizia è il Mio dono per te e l’emblema del Mio tenero amore. Tienila adunque innanzi agli occhi.
(Bahá’u’lláhParole Celate, Arabo, n.2)

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