Bahá’u’lláh, il profeta senza fissa dimora

di • 22 Maggio 2020

... Incarcerato, torturato, avvelenato, esiliato e privato di ogni bene terreno, ha coscientemente e generosamente accettato quella vita incredibilmente dura solo per il bene dell’umanità ...

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bahaiteachings.org

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A causa dei suoi insegnamenti di unità e di pace, Bahá’u’lláh, profeta e fondatore della Fede bahá’í, fu esule e prigioniero per oltre quarant’anni e per molti di quegli anni non ebbe una fissa dimora.

Nel 1852 il governo persiano gettò ingiustamente Bahá’u’lláh, che aveva allora 35 anni, e altri seguaci del Báb, precursore e araldo della Fede bahá’í, in una famigerata segreta di Teheran, nota come “pozzo nero”. Vi rimase, incatenato a un muro, con i ceppi ai piedi, per quattro mesi. Discendente da una famiglia facoltosa, in quella prigione Bahá’u’lláh non perse solo la ma anche tutti i suoi beni inclusa la casa di famiglia e il villaggio che la circondava:

Nel villaggio di Tákur, nel distretto di Núr, la casa sontuosamente arredata che Egli aveva ereditata dal padre fu completamente svuotata per ordine di Mírzá Abú-Ṭálib Khán, nipote del Gran Visir, e fu ordinato che tutto ciò che non poteva essere asportato fosse distrutto. Le stanze, più sontuose di quelle dei palazzi di Teheran, furono irrimediabilmente deturpate. Furono rase al suolo anche le case della gente e poi l’intero villaggio fu dato alle fiamme. (Shoghi Effendi, Dio passa nel mondo 106)

Pur avendolo condannato a passare il resto della vita in prigione, il governo tuttavia lo rilasciò nel dicembre del 1852, dopo che il principe Dolgorouki, ambasciatore russo presso il governo persiano, intervenne in suo favore. Bahá’u’lláh trasferì la famiglia in una casa d’affitto, ma vi si trattenne per un solo mese, il tempo necessario per riprendersi dalla prigionia e dalle torture. Durante quel periodo Bahá’u’lláh apprese che un editto dello shah lo aveva bandito per sempre dalla Persia, quindi si preparò ad andare in esilio a Baghdad, in quella che, allora, era la provincia turca dell’Iraq.

Fotografia della casa di Baha’u’llah nel distretto settentrionale di Baghdad

Fotografia della casa di Baha’u’llah nella zona nord di Baghdad.

Dopo un arduo viaggio di tre mesi a piedi e a cavallo, nel cuore dell’inverno, Bahá’u’lláh e la sua famiglia arrivarono a Baghdad, dove, per un anno, visse una vita relativamente tranquilla. Nel 1854, lasciò la sua casa per andare a piedi sulle desolate montagne del Kurdistan settentrionale, dove per due anni visse, derviscio errante senza fissa dimora, allo scoperto o dentro qualche caverna:

Dopo essere rimasto in quel luogo per un anno, Si ritirò da tutte le cose e, abbandonando la famiglia e senza avvertire i seguaci, lasciò l’Iraq da solo, senza un amico, un sostegno, un socio o un compagno. Si trattenne nel Kurdistan turco per circa due anni, quasi sempre in un luogo di montagna chiamato Sar-Galú, distante da qualsiasi casolare. (‘Abdu’l-Bahá, Il racconto di un viaggiatore 14)

Bahá’u’lláh affrontò quei due anni di stenti e peregrinazioni per allontanarsi dai conflitti che erano sorti tra i bábi e, nella lunga tradizione dei profeti precedenti che lo avevano preceduto, per comunicare con il proprio cuore:

Nei primi giorni dopo il Nostro arrivo in questo paese [Baghdad], scorgendo i segni di imminenti avvenimenti, decidemmo di ritirarCi prima che accadessero. Ci recammo nel deserto e là, isolati e soli, per due anni conducemmo vita di completa solitudine. Dai Nostri occhi scorrevano lacrime d’angoscia e nel cuore sanguinante ondeggiava un oceano di atroce sofferenza. Più di una sera non avemmo di che sostentarCi e più di un giorno il Nostro corpo non trovò riposo. In nome di Colui Che ha il Mio essere fra le Sue mani! Nonostante questi rovesci di afflizioni e le incessanti calamità, l’anima Nostra era colma di gioia beata e tutto il Nostro essere provava una felicità ineffabile, poiché, nella solitudine, non conoscevamo torto o vantaggio, salute o malattia di nessun’anima. Soli, comunicavamo col Nostro spirito, dimentichi del mondo e di quanto contiene. (Bahá’u’lláh, Il libro della certezza 168)

… [Bahá’u’lláh] si trovava allora nel Kurdistán e viveva in una grotta a Sar-Galú; e lì, tutto solo in quelle balze desolate, senza compagni, senza amici, senza anima che lo ascoltasse, comunicava con la bellezza che albergava nel Suo cuore. (‘Abdu’l-Bahá, Testimonianze di fedeltà 15)

Quando tornò a Baghdad nel 1856, Bahá’u’lláh decise di riunire e rigenerare la comunità bábi e dedicò le sue energie a questo compito per i successivi sette anni ma nel 1863 fu nuovamente esiliato e cinque anni dopo fu relegato nella peggiore colonia penale dell’Impero ottomano, Akka, sulle rive del Mediterraneo, nella lontana Palestina.

La cella dove Bahá’u’lláh fu rinchiuso nel bagno penale di Akka

La cella dove Bahá’u’lláh fu rinchiuso nel bagno penale di Akka

Per nove anni, dal 1868 al 1877, i sovrani dell’Impero ottomano tennero Bahá’u’lláh confinato tra le mura di quella pestilenziale prigione. Alla fine, tuttavia, le guardie si addolcirono e suo figlio ‘Abdu’l-Bahá riuscì ad ottenere che al padre fossero concessi gli arresti domiciliari. ‘Abdu’l-Bahá affittò, per il padre e la sua famiglia, una casa fuori dalle mura di Akka dove Bahá’u’lláh visse per due anni, fino al 1879, per poi trascorrere gli ultimi anni della sua vita ancora agli arresti domiciliari, in una grande casa di campagna a Bahji, a pochi chilometri da Akka, dove morì nel 1892. Oggi i bahá’í di tutto il mondo vi si recano in pellegrinaggio per pregare e meditare davanti al sepolcro di Bahá’u’lláh che si trova in quel sacro luogo.

Un gruppo di bahá’í, pellegrini e locali, si avvicinano alla magione di Bahji, 1919

Un gruppo di bahá’í si avvicina alla magione di Bahji, 1919

Salva Quindi Bahá’u’lláh, il fondatore della più recente religione mondiale, seconda per diffusione geografica, trascorse una parte considerevole dell’ultima metà della sua vita come profeta senza fissa dimora. Incarcerato, torturato, avvelenato, esiliato e privato di ogni bene terreno, ha coscientemente e generosamente accettato quella vita incredibilmente dura solo per il bene dell’umanità:

…che tutte le vostre intenzioni si concentrino sul benessere dell’umanità e che voi cerchiate di sacrificarvi sulla via della devozione al genere umano. Come Gesù Cristo ha immolato la vita, così possiate anche voi offrirvi sulla soglia del sacrificio per il miglioramento del mondo e come Bahá’u’lláh ha subito per quasi cinquant’anni molte tribolazioni e calamità per voi, così possiate voi essere disposti ad affrontare difficoltà e catastrofi per tutta l’umanità. (‘Abdu’l-BaháLa promulgazione della pace universale 59)

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Queste sono opinioni puramente personali e non rappresentano l’opinione della comunità bahá’í o di qualunque sua istituzione. Gli scritti bahá’í invitano ogni singolo ad una libera ed indipendente ricerca:

O FIGLIO DELLO SPIRITO!
Ai Miei occhi la più diletta di tutte le cose è la Giustizia; non allontanartene se desideri Me, e non trascurarla acciocché Io possa aver fiducia in te. Con il suo aiuto ti sarà possibile discernere coi tuoi occhi e non con gli occhi degli altri, e apprendere per cognizione tua e non con quella del tuo vicino. Pondera ciò nel tuo cuore, come t’incombe d’essere. In verità la Giustizia è il Mio dono per te e l’emblema del Mio tenero amore. Tienila adunque innanzi agli occhi.
(Bahá’u’lláhParole Celate, Arabo, n.2)

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