Porre fine ai conflitti e alla violenza

di • 10 Gennaio 2020

... Innanzitutto, quindi, dobbiamo riconoscere il pregiudizio attributivo in noi stessi, e quindi iniziare a liberarcene ...

“Voi bahá’í”, mi disse in tono derisorio un famoso autore americano, “quando la smetterete con questa storia dell’unità e vi renderete conto che il conflitto e la violenza tra gli esseri umani non finiranno mai?”

Non aveva tutti i torti: sicuramente cupo, oscuro e pessimista, ma apparentemente razionale. Chiunque abbia una conoscenza, anche minima, della storia umana a noi nota, sa che il passato non è stato idilliaco. Se valutassimo le prospettive di un futuro pacifico e armonioso sulla base della storia passata dell’umanità, le cose non apparirebbero molto promettenti. Ogni luogo sulla Terra, ammettono gli stessi insegnamenti bahá’í, è stato a suo tempo macchiato da sangue umano:

La storia è un elenco di incessanti guerre. Non c’è luogo sul pianeta che non sia stato cremisi per il sangue degli uomini; l’intera terra è inondata di sangue. (‘Abdu’l-Bahá, Divine Philosophy, pagg. 60-61, traduzione personale)

In tutto il nostro pianeta inondato di sangue, noi umani abbiamo combattuto e ci siamo uccisi l’un l’altro per millenni. Siamo costantemente riusciti a sviluppare conflitti apparentemente irrisolvibili, in cui gruppi tribali contrapposti non erano in grado risolvere le proprie divergenze e dove quelle divergenze, una volta radicatesi, alla fine hanno portato a spargimenti di sangue, massacri e genocidi.

Ancora oggi, in molti luoghi, persistono irrisolvibili conflitti umani. Sia a livello verbale che fisico, non abbiamo ancora raggiunto una soluzione. Ricerche recenti mostrano che gli Stati Uniti, per fare un esempio, non sono mai stati così politicamente polarizzati come oggi, dai tempi della guerra civile. Molti di questi studi dimostrano che il centro moderato – un tempo il gruppo dominante nella vita sociale e politica statunitense – si è ridotto drasticamente.

In Israele e Palestina, un altro divario tra due popoli tuttora insanabile, ha resistito alla risoluzione per oltre mezzo secolo. Così radicato che ora ha un nome, il conflitto israelo-palestinese nacque inizialmente dai movimenti nazionalisti ebrei e arabi della fine del XIX e dell’inizio del XX secolo, entrambi determinati a conquistare la sovranità per il loro popolo in Medio Oriente.

Questi due noti esempi di conflitti persistenti sono in cima ad un lungo elenco di moltissimi altri in tutto il mondo: la guerra in corso in Africa centrale, le controversie irrisolte tra musulmani e buddisti nel sud-est asiatico, l’odio etnico che persiste ancora nei Balcani, la rivolta contro l’oppressione in America Latina, scoppi di terrorismo praticamente ovunque, e via dicendo.

Quindi, con un occhio alla comprensione delle cause alla radice e delle potenziali soluzioni di questi conflitti, gli scienziati hanno iniziato a studiarli, cercando di raccogliere informazioni su come iniziano e su come si mantengono nel tempo. In ogni caso, la ricerca rileva, prevedibilmente, una grande sfiducia reciproca tra i gruppi in lotta, che genera profonde divisioni su questioni fondamentali. Quando questa sfiducia si solidifica nella coscienza di qualsiasi gruppo, essa genera inevitabilmente ostilità e conflitti.

In società politicamente polarizzate, come gli Stati Uniti, e in regioni martoriate da conflitti, come il Medio Oriente, la ricerca mostra anche che ciascuna parte tende a maturare un forte scetticismo nei confronti dell’altra, sulle rispettive motivazioni di base. Questa divergenza, che la scienza ha iniziato a chiamare “Motive Attribution Asymmetry”, asimmetria nell’attribuzione dei motivi, significa che ogni parte in conflitto crede che la motivazione dell’altra parte sia basata sull’odio, ma che i propri motivi siano ispirati dall’amore.

Questo tema dei motivi va dritto al cuore di tutti i conflitti tra esseri umani. In ognuno di questi conflitti, le fazioni si combattono, sia ideologicamente che con le armi. Secondo uno studio approfondito, pubblicato negli atti della National Academy of Sciences, ciascuna parte tende invariabilmente a vedere le proprie azioni come fondamentalmente amorevoli e le azioni della parte opposta come odiose:

Cinque studi interculturali che coinvolgono 661 americani democratici e repubblicani, 995 israeliani e 1.266 palestinesi forniscono prove, precedentemente non identificate, di un pregiudizio fondamentale, quello che noi chiamiamo “motive attribution asymmetry”, che guida conflitti umani apparentemente irrisolvibili. Questi studi mostrano che nel conflitto tra gruppi politici o etno-religiosi, gli avversari tendono ad attribuire l’aggressività del proprio gruppo all’amore per il proprio gruppo più che all’odio per il gruppo avversario e ad attribuire l’aggressione del gruppo avversario all’odio verso di loro più che all’amore per il loro gruppo. (Motive attribution asymmetry, Adam Waytz, Liane L. Young, Jeremy Ginges,
Proceedings of the National Academy of Sciences Nov 2014)

Gli scienziati chiamano questi fenomeni “attributional bias”, pregiudizi attribuitivi. Tendiamo a vedere i nostri motivi come buoni, e attribuiamo i motivi dei nostri avversari a qualcosa di cattivo. La distorsione dell’attribuzione – che in realtà è solo un’altra forma di pregiudizio – rende i conflitti molto più difficili da risolvere. Come possiamo superare questo pregiudizio? L’ampio studio dell’università di Princeton ha concluso che: “… individuare questo pregiudizio di attribuzione e il modo per ridurlo può contribuire a ridurre il conflitto umano su scala globale”(Ibid.).

Innanzitutto, quindi, dobbiamo riconoscere il pregiudizio attributivo in noi stessi, e quindi iniziare a liberarcene. Gli insegnamenti di bahá’í hanno alcune chiare raccomandazioni per fare esattamente questo:

L’uomo deve essere giusto. Dobbiamo accantonare i preconcetti e i pregiudizi. Dobbiamo abbandonare le imitazioni degli antenati e degli avi. Dobbiamo indagare la realtà personalmente ed essere imparziali nel giudicare. (‘Abdu’l-BaháLa promulgazione della pace universale 382)

I capi dei governi e tutti coloro che detengono autorità sarebbero molto agevolati nei loro sforzi per risolvere i vari problemi se prima cercassero di riconoscere i principi implicati in quei problemi e poi se ne lasciassero guidare.

La questione principale che bisogna risolvere è come il mondo attuale, con la sua radicata consuetudine al conflitto, possa mutarsi in un mondo in cui prevalgano l’armonia e la cooperazione. (Casa Universale di Giustizia, La promessa della pace mondiale 8)

L’imperitura eredità del XX secolo è l’aver costretto i popoli del mondo a incominciare a considerarsi membri di un’unica razza umana e a reputare la terra la comune patria di quella razza. Malgrado i conflitti e le violenze che continuano a oscurare gli orizzonti, i pregiudizi che sembravano far parte della natura della specie umana stanno dappertutto scomparendo. Assieme a loro cadono barriere che hanno per lungo tempo diviso la famiglia umana in una babele di sconnesse identità di origini culturali, etniche o nazionali. Che un cambiamento così fondamentale abbia potuto verificarsi in un periodo tanto breve—praticamente da un giorno all’altro nella prospettiva dei tempi della storia—è indicativo dell’entità delle possibilità future. (Casa Universale di Giustizia, Ai capi religiosi del mondo 1)

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Queste sono opinioni puramente personali e non rappresentano l’opinione della comunità bahá’í o di qualunque sua istituzione. Gli scritti bahá’í invitano ogni singolo ad una libera ed indipendente ricerca:

O FIGLIO DELLO SPIRITO!
Ai Miei occhi la più diletta di tutte le cose è la Giustizia; non allontanartene se desideri Me, e non trascurarla acciocché Io possa aver fiducia in te. Con il suo aiuto ti sarà possibile discernere coi tuoi occhi e non con gli occhi degli altri, e apprendere per cognizione tua e non con quella del tuo vicino. Pondera ciò nel tuo cuore, come t’incombe d’essere. In verità la Giustizia è il Mio dono per te e l’emblema del Mio tenero amore. Tienila adunque innanzi agli occhi.
(Bahá’u’lláhParole Celate, Arabo, n.2)

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