Le riflessioni di un afroamericano sulla propria identità

di • 11 Ottobre 2019

... abbiamo sempre avuto un posto all'interno di quella realtà più ampia... dove tutta l'umanità discende dalla stessa fonte ...

Originale su
bahaiteachings.org

Nella primavera del 2000 mi presentai di fronte a un giudice presso il tribunale municipale di Decatur, in Georgia, il palmo delle mani sudato per il nervosismo, mi agitavo senza trovare pace.

La mia apprensione era illogica. Non avevo fatto nulla di male, ma qualsiasi interazione con il sistema giudiziario, per quanto in apparenza banale, diventa un complicato processo emotivo per i neri abituati a essere considerati colpevoli prima di essere giudicati innocenti.

Dovetti entrare in questo edificio neoclassico, costruito nel 1898, solo trentatré anni dopo la guerra civile, non per aver violato la legge, ma piuttosto per presentare una petizione al tribunale per cambiare il mio nome ai fini legali.

Giunsi a quel momento dopo un cammino lungo e tortuoso. Questo tormentato percorso iniziò con il libro dello scrittore inglese Hugh Thomas, The Slave Trade, dove scoprii, a pagina 295, che il mio cognome americano, Bolds, deriva in origine da un commerciante di schiavi di Liverpool di nome James Bold.

L’agitazione che provai per quella scoperta non mi sorprese del tutto. Sapevo che tra le molte cose di cui gli afroamericani erano stati privati dal sistema schiavistico americano c’erano i nomi: un processo sistematico, diabolico e malvagiamente inefficace che voleva spezzare lo spirito umano. Quindi rivendicare il mio diritto a darmi un nome divenne un atto di autodeterminazione, un modo per strappare la mia identità da una storia brutale che né io né i miei antenati avevamo scelto, ed eliminare un nome che suonava come un’offesa per il mio spirito.

La mia non era una decisione isolata. Sapevo che, come molti altri, stavo seguendo le orme di persone come l’attivista per i diritti civili Malcolm X, il campione di pugilato e attivista Muhammad Ali e il poeta Ntozake Shange. Sentivo, come devono averlo sentito loro, che una parte integrante dell’identità di una persona è legata al nome, un indicatore di personalità, di luogo e di memoria culturale.

Per alcuni, tuttavia, questo fascino per il passato, così diffuso tra gli afroamericani, può sembrare uno spreco di energia mal riposta. “Lascia perdere” o “È successo molto tempo fa”. “Siamo comunque tutti un’unica famiglia umana. Sono cose che non hanno più importanza.”

In apparenza questi ragionamenti sdegnosi sembrano suggerire meccanismi efficaci per affrontare il passato, semplici ed efficienti, ma sono veramente efficaci?

Nel lungo e insidioso viaggio dall’interno dell’Africa verso la costa, attraverso l’oceano e sui campi di cotone, riso, tabacco, zucchero e indaco del Nord America, la libertà fisica non è stata l’unica vittima. La schiavitù impose l’oblio dei nomi, la soppressione del linguaggio, il sequestro dei tamburi. Tutte queste violazioni di fatto sventravano l’identità, affondavano la nave della memoria. Dagli innumerevoli frammenti e scheletri sparsi sul vasto fondale dell’Atlantico, gli afroamericani hanno dovuto ricostruire una nuova realtà, un nuovo senso di se stessi in una terra straniera e lontana.

Gli scritti bahá’í considerano la schiavitù un crimine contro l’umanità e l’hanno proibita fin dai primi giorni della Fede a metà del XIX secolo:

Vi è stata proibita la tratta degli schiavi, uomini e donne. Non spetta a colui che è lui stesso un servitore comperare un altro servitore di Dio; e questo è stato proibito nella Sua Tavola Santa. Così, per la Sua misericordia, il comandamento è stato vergato dalla Penna della giustizia. Nessuno si ponga al di sopra di altri; tutti gli uomini non sono altro che schiavi davanti al Signore e tutti sono una dimostrazione della verità che non v’è altro Dio che Lui. In verità, Egli è l’Onnisciente, la Cui saggezza pervade tutte le cose. (Bahá’u’lláh, Kitáb-i-Aqdas 24)

Gli insegnamenti bahá’í chiedono anche di preservare l’identità culturale di ogni persona:

I bahá’í devono essere ovviamente incoraggiati a preservare le loro identità culturali originarie, purché le attività in questione non contravvengano ai principi della Fede. Il perpetuarsi delle peculiarità culturali è un’espressione dell’unità nella diversità. (Casa Universale di Giustizia, Pratiche tradizionali in Africa, 16 dicembre 1988)

Questa conservazione delle distinte espressioni culturali è una componente chiave del concetto bahá’í di unità nella diversità, il segno distintivo di una nuova civiltà globale emergente. Ma per i discendenti degli schiavi africani, questo amorevole incoraggiamento presenta alcune sfide scoraggianti. Per noi, una domanda permane e tormenta la nostra immaginazione: “Chi eravamo prima di varcare la soglia del non ritorno?”

Per la maggior parte di noi, questa domanda non ha una risposta chiara. È come stare di fronte a un armadio chiuso, che sai contenere un prezioso cimelio di famiglia, ma tu non hai la chiave per aprirlo. Quindi il suo contenuto rimane per te un mistero e, in un certo senso, tu rimani un mistero per te stesso.

Fare i conti con questa realtà può essere frustrante, straziante e debilitante, in particolare quando si incontrano persone che hanno una profonda consapevolezza delle loro radici ancestrali. Parte di quel senso di vuoto può essere mitigato con la consapevolezza che, nonostante l’esodo forzato, gli afroamericani hanno creato un’espressione culturale unica che ha influenzato il mondo, un’impresa miracolosa e geniale di duratura brillantezza creativa. Ma le domande, implacabili e insistenti, rimangono.

Gli insegnamenti bahá’í affermano che l’identità primaria dell’umanità è spirituale, che al centro del nostro essere, al di sotto delle altre caratteristiche esteriori che ci rendono ciò che siamo, l’anima comprende la realtà essenziale della creazione umana, un segno eterno dell’infinita volontà di Dio onnipotente. Questa verità potente ed evocativa trascende lo spazio e il tempo. Non esprime fedeltà a una classe, a una cultura, a un colore o a un credo politico. L’anima, a quanto pare, è esaltata al di sopra di queste realtà minori:

Sappi, in verità, che l’anima è un segno di Dio, una gemma celeste la cui realtà il più dotto degli uomini non è riuscito a cogliere e il cui mistero nessuna mente, per quanto acuta, potrà mai sperare di svelare. (Bahá’u’lláhSpigolature 164)

Quanto alle perfezioni spirituali, esse sono un diritto connaturale dell’uomo e appartengono a lui solo in tutta la creazione. L’uomo è, in realtà, un essere spirituale e solo quando vive nello spirito è veramente felice. (‘Abdu’l-BaháSaggezza 76)

Questi passaggi richiedono riflessione e consapevolezza. Violerebbe la lettera e lo spirito della Fede bahá’í l’acquisire un atteggiamento sprezzante nei confronti del significato della cultura come pietra angolare di una comunità mondiale basata sulla diversità. Le realtà della nostra identità primaria, che è spirituale, e della nostra identità secondaria, che è culturale e familiare, non si escludono a vicenda, ma sono interdipendenti.

Lo spirito ascendente e la sua prescienza danno vita alle altre dimensioni dell’esistenza umana. La cultura non significa nulla senza lo spirito delle persone che la animano. In effetti, tutte le nobili iterazioni dell’espressione culturale provengono dallo spirito. Lo sviluppo di modi idiomatici di essere definisce il nostro posto nel mondo.

Lo facciamo a livello individuale e lo facciamo collettivamente. Questo quadro contestuale modella il modo in cui vediamo noi stessi e il modo come siamo visti.

Un modo di percepire l’interrelazione tra l’identità secondaria e quella primaria è quello di immaginare due cerchi, uno più piccolo, situato all’interno dei confini di uno più grande. Tutti quelli all’interno del cerchio più piccolo condividono un insieme comune di pratiche e prospettive che li uniscono e danno loro una forza culturale coesiva. Ma il cerchio più ampio possiede una maggiore capacità di inclusione e può accogliere la complessità della diversità culturale attraverso la forza unificatrice dello spirito. Il cerchio più grande rende lo sconosciuto un amico, include il disprezzato e abbraccia il diseredato. Quindi, anche se giustamente ci incoraggiamo a vicenda a cercare e ad amare le varie espressioni artistiche, linguistiche, gastronomiche e spirituali che comprendono la nostra cultura attuale o quella di origine, non dimentichiamoci mai che la realtà universale dell’anima ci rende tutti una sola tribù:

Le sante Manifestazioni di Dio furono inviate per rendere visibile l’unità del genere umano. Per questo Esse subirono infiniti mali e tribolazioni, acché frammezzo ai divergenti popoli dell’umanità una comunità si adunasse all’ombra della Parola di Dio e vivesse in unità e dimostrasse, con gioia e con garbo, sulla terra l’unità del genere umano. (‘Abdu’l-BaháAntologia 262)

Forse non conoscerò mai completamente le tradizioni dei miei antenati. Non camminerò mai sullo stesso terreno sul quale camminarono loro. Forse non capirò mai le molte lingue pronunciate nel ventre scuro e gonfio della nave degli schiavi, né ascolterò il lamento dei Fulani, degli Igbo, dei Wolof, dei Bakonga o dei Mande. La diffusione dei test del DNA è diventata una fonte di speranza per milioni di afroamericani che desiderano conoscere la loro storia oltre la barriera della vendita all’asta, un modo per forzare l’armadio della memoria culturale. Qualunque sia il risultato, indipendentemente dal fatto che i nostri antenati siano Akon, Yoruba, Makua o uno qualsiasi degli altri 45 distinti gruppi etnici rappresentati nel commercio transatlantico, abbiamo sempre avuto un posto all’interno di quella realtà più ampia, all’interno di quel cerchio più ampio dove tutta l’umanità discende dalla stessa fonte ed emana dallo stesso punto di adorazione:

Giammai da chioma lanosa e nero incarnato della natura la voce sarà tacitata. Pur diversa la pelle, nei bianchi e nei neri parimenti gli affetti albergano. (William Cowper,The Negro’s Complaint, 1788)

Se tanto alto io fossi da raggiungere il polo od oceani e sabbie afferrare, mia misura sarà l’anima mia. Dalla sua mente si valuta l’uomo. (Isaac Watts, False Greatness da Horae Lyricae, 1706)

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Queste sono opinioni puramente personali e non rappresentano l’opinione della comunità bahá’í o di qualunque sua istituzione. Gli scritti bahá’í invitano ogni singolo ad una libera ed indipendente ricerca:

O FIGLIO DELLO SPIRITO!
Ai Miei occhi la più diletta di tutte le cose è la Giustizia; non allontanartene se desideri Me, e non trascurarla acciocché Io possa aver fiducia in te. Con il suo aiuto ti sarà possibile discernere coi tuoi occhi e non con gli occhi degli altri, e apprendere per cognizione tua e non con quella del tuo vicino. Pondera ciò nel tuo cuore, come t’incombe d’essere. In verità la Giustizia è il Mio dono per te e l’emblema del Mio tenero amore. Tienila adunque innanzi agli occhi.
(Bahá’u’lláhParole Celate, Arabo, n.2)

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