Spirito di servizio verso la comunità

di • 30 Agosto 2019

... Abbiamo parlato delle nostre idee, dei nostri principi e dei nostri sogni per la comunità. E li abbiamo fatti accadere, insieme ...

Originale su
bahaiteachings.org

Servire la propria comunità può essere difficile ma spesso la difficoltà sta più nel nostro atteggiamento che nelle circostanze.

Ho partecipato a progetti di costruzione di comunità sin da quando ero molto giovane, partendo dalle classi per fanciulli che ho tenuto in un quartiere molto vicino al mio. In queste classi ho riunito bambini di molte famiglie diverse per parlare di virtù come la gentilezza, l’onestà e la responsabilità, per fare laboratori creativi, per cantare canzoni e raccontare storie.

Queste attività facevano parte del progetto bahá’í di costruzione di comunità che si basa su di un unico principio: tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla razza, dalla religione, dal genere o dalla provenienza, hanno la stessa capacità di contribuire al miglioramento del mondo. Questo progetto celebra l’idea che un cambiamento sostenibile possa avvenire quando diverse persone lavorano insieme tra la gente comune, nell’ambito di un quartiere.

Tutti gli uomini sono stati creati per far avanzare una civiltà in continuo progresso. (Bahá’u’lláhSpigolature 222)

Già da quando ero molto giovane, sono stata sempre molto appassionata a queste classi e le ho portate avanti per dieci anni avendo l’opportunità di osservare i miei studenti crescere insieme a me. All’inizio però continuavo spesso ad imbattermi in un problema molto irritante.

Durante i primi anni, mi svegliavo presto, facevo un giro con i miei genitori per andare a prendere i bambini e spesso scoprivo che i genitori non avevano ancora svegliato i bambini o li avevano mandati a casa di un amico. A volte non si preoccupavano nemmeno di venire alla porta.

Questi genitori erano grandi lavoratori, amichevoli e sinceramente preoccupati di migliorare la vita dei loro figli. Lavoravano duramente per superare le forze negative che li circondavano, come l’alcolismo o gli abusi domestici. Non era che non volessero che i loro figli partecipassero ma non vedevano la classe come un elemento importante per un cambiamento positivo.

All’inizio ho trovato questa situazione molto frustrante e mi ci è voluto un po’ per capire quale fosse la causa. Poi ho guardato le cose dal loro punto di vista: ecco questa ragazza, che ha una bella casa e i cui genitori possiedono una macchina, che arriva qua con quella macchina per giocare con i nostri bambini. Ai loro occhi quello era per me solo un simpatico hobby. Non sembravo sincera. Non c’era un contesto. Per loro non era una priorità.

Abbiamo la tendenza a pensare, spesso a livello inconscio, che il servizio alla comunità ruoti tutto intorno a noi. È il nostro modo di ripagare il nostro debito con la società o di sentirci bene con noi stessi. È un requisito per entrare all’università o per migliorare il nostro curriculum. Ci sono raccolte di fondi ovunque. Ma quanto siamo veramente coinvolti con i problemi che stiamo cercando di affrontare? Ci fermiamo per pensare con spirito critico al servizio che ci impegniamo a svolgere

Queste attività sono qualcosa che facciamo una volta all’anno, una volta al mese, una volta alla settimana? Sono sostenibili? Le stiamo facendo perché pensiamo che siano una buona idea … o perché l’intera comunità ci ha pensato assieme e ha deciso che è la cosa migliore per tutti noi?

La giustizia esige la partecipazione universale. Pertanto l’azione sociale può implicare la fornitura di beni e servizi in una qualche forma, ma il suo scopo primario deve essere quello di costruire in una data popolazione la capacità di creare un mondo migliore. (Casa Universale di Giustizia, Ridván 2010)

Mi è stato difficile rendermi conto di essere privilegiata e rendermi conto che dovevo cambiare mentalità. Un grosso problema era che, nel profondo del cuore, non mi vedevo ancora completamente parte della vita di quelle famiglie. Se mi vedevano come una bambina con una vita agiata che lo faceva per hobby, beh… forse non avevano tutti i torti.

Così ho deciso di cambiare le cose perché cambiasse l’impressione che loro avevano di me… ma anche per correggere il mio atteggiamento. Ho smesso di usare la macchina, anche se questo significava camminare per circa 15 isolati solo per arrivare alla prima casa. Quando arrivavo lì ero davvero stanca ma l’atteggiamento dei genitori cambiò drasticamente.

Camminare aveva più senso e mi metteva su di un piano di parità con le famiglie che non possedevano un’auto. All’improvviso al mio arrivo i bambini erano sempre pronti, a volte già vestiti mi correvano incontro e a volte portavano del cibo da condividere.

I genitori si sono resi conto che questo per me non era solo un divertimento o qualcosa che i miei genitori mi spingevano a fare: era qualcosa che volevo veramente fare per i bambini e loro volevano farne parte.

È stato allora che ho iniziato ad avere delle straordinarie conversazioni con i genitori. Mi hanno fatto entrare nella loro vita e mi hanno raccontato storie sui maltrattamenti chi i loro figli subivano a scuola, su una malattia familiare o sulla paura di amicizie tossiche che influenzavano i loro figli.

Una volta una madre mi ha confessato di aver recentemente tentato più volte il suicidio. Mi ha chiesto di parlarne con sua figlia… non come terapeuta ma come amica più anziana pronta a sostenerla. Allora ho iniziato a capire il valore di svolgere un’attività come questa, in un posto che non ha molte risorse per le famiglie in questa situazione

A volte quella famiglia mandava i figli a casa mia a giocare il pomeriggio e intanto i genitori affrontavano una crisi a cui non volevano che i loro figli presenziassero. E quando i figli sono cresciuti venivano a casa mia dopo aver litigato con i genitori o, dopo una giornata difficile a scuola, per fare i compiti o per cercare di dare un senso ai propri sentimenti.

Nel corso del tempo la classe per i fanciulli ha smesso di essere qualcosa che facevo solo una volta alla settimana – è diventata una parte importante della mia vita quotidiana. La classe del sabato mattina era solo uno spazio fisso durante il quale potevamo avere conversazioni sul coraggio, sull’onestà e sull’amicizia, e non solo concettualmente ma su cosa queste cose significassero realmente e tangibilmente nella nostra vita.

Quando abbiamo deciso di realizzare progetti di servizio assieme, abbiamo prima visitato i genitori e i vicini, abbiamo chiesto le loro opinioni sulle nostre idee e li abbiamo invitati a partecipare. Abbiamo chiesto loro di cosa avesse bisogno questo quartiere. Così i nostri progetti di servizio sono diventati più grandi del nostro gruppo: hanno coinvolto l’intera comunità.

Il successo di questa classe e l’effetto positivo che ha avuto nel quartiere, mi hanno fatto riflettere su tutti i progetti di servizio alla comunità che faticano a portare cambiamenti duraturi. Forse gran parte della difficoltà è dovuta al nostro atteggiamento – un atteggiamento che ci separa troppo dai “destinatari” del servizio ed esclude le persone intorno a noi dalla conversazione.

Per coloro che devono aiutare i credenti a partecipare pienamente al Piano la fede nelle capacità di ogni persona che si mostra desiderosa di servire è un elemento essenziale… È vitale anche una calma determinazione, mentre cercano di dimostrare che enormi ostacoli possono essere trasformati in trampolini di lancio verso il progresso. E la capacità di ascolto, unita a una grande percezione spirituale, può essere preziosissima nell’identificare ostacoli che impediscano ad alcuni amici di capire l’imperativo dell’azione unificata. (Casa Universale di Giustizia, Al Convegno dei Corpi continentali dei Consiglieri, 28 dicembre 2010)

E se invece di vedere noi stessi come l’unica possibile fonte di cambiamento, ci immergessimo davvero nella comunità e facessimo sì che quel cambiamento avvenisse, insieme?

Dovete manifestare totale amore e affetto verso tutta l’umanità. Non glorificate voi stessi più degli altri, ma considerate tutti vostri pari, riconoscendoli come servitori dell’unico Dio. (‘Abdu’l-BaháLa promulgazione della pace universale 495)

In fin dei conti quella classe non era un’attività solo mia. Essa ha avuto il sostegno dei fanciulli, dei loro genitori, dei miei genitori e di tutti i vicini. Ricordo di essermi seduta in case con i pavimenti di terra battuta, di aver usato le latrine in cortile e di aver condiviso bicchieri e piatti perché non ce n’erano abbastanza.

Abbiamo parlato delle nostre idee, dei nostri principi e dei nostri sogni per la comunità. E li abbiamo fatti accadere, insieme.

Quelli che lavorano da soli sono come le formiche ma quando saranno uniti diventeranno come aquile. Quelli che lavorano da soli sono come gocce ma, quando saranno uniti, diventeranno un vasto fiume che trasporta l’acqua purificante della vita nei luoghi aridi e deserti del mondo. Di fronte al potere della sua marea impetuosa, né la miseria, né il dolore, né alcuna afflizione saranno in grado di resistere. Siate uniti! È piuttosto pericoloso essere una goccia isolata. Essa potrebbe essere versata o spazzata via. (‘Abdu’l-Bahá, citato in The Chosen Highway, p. 171.)

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Queste sono opinioni puramente personali e non rappresentano l’opinione della comunità bahá’í o di qualunque sua istituzione. Gli scritti bahá’í invitano ogni singolo ad una libera ed indipendente ricerca:

O FIGLIO DELLO SPIRITO!
Ai Miei occhi la più diletta di tutte le cose è la Giustizia; non allontanartene se desideri Me, e non trascurarla acciocché Io possa aver fiducia in te. Con il suo aiuto ti sarà possibile discernere coi tuoi occhi e non con gli occhi degli altri, e apprendere per cognizione tua e non con quella del tuo vicino. Pondera ciò nel tuo cuore, come t’incombe d’essere. In verità la Giustizia è il Mio dono per te e l’emblema del Mio tenero amore. Tienila adunque innanzi agli occhi.
(Bahá’u’lláhParole Celate, Arabo, n.2)

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