Unità globale e identità personale

di • 27 Aprile 2019

... non richiede l'uniformità ma la diversità, una prospettiva diametralmente opposta a qualsiasi vana nozione di neutralità razziale radicata in teorie ben intenzionate ma fuorviate dal concetto di omogeneità culturale ...

Originale su
bahaiteachings.org

Una delle cose più sagge che mio padre mi abbia mai suggerito di fare è stato di leggere la Bibbia.

Poco più che ventenne mi sono trovato in difficoltà con i modelli di virilità, lottavo contro schemi di comportamento radicati in nozioni arcaiche di mascolinità che disonoravano non solo me stesso ma anche le donne che mi erano vicine e mi curavo ferite profondamente radicate nell’infanzia.

Vagabondo, senza radici, una nave alla deriva in mari agitati alla ricerca di un punto di ancoraggio, alla ricerca di me stesso, mi sforzavo di giungere alla conoscenza del mio vero io molto tempo prima di leggere questo possente consiglio degli insegnamenti bahá’í:

che l’uomo conosca se stesso e discerna ciò che conduce alla grandezza o all’umiliazione, alla gloria oppure al disonore, alla ricchezza ovvero alla miseria. (Bahá’u’lláhTavole 30)

Percependo la mia lotta mio padre mi incoraggiò a leggere gli sacri scritti della Torah e dei Vangeli nella speranza che la visione e la saggezza in esse racchiuse mi dessero forza e protezione contro le numerose prove che avrei dovuto affrontare.

L’angoscia spirituale mi ha spinto ad accettare il suo consiglio e così nella primavera del 1990 ho iniziato un lungo viaggio attraverso l’Antico e il Nuovo Testamento, desideroso di scoprire la chiave della pace interiore. Ho letto le storie di Caino e Abele, di Abramo, di Davide e Goliath e di Mosè. Ho apprezzato la poesia dei Salmi e il messaggio redentore di Giuseppe e della sua tunica dai molti colori ma le parabole di Cristo sono quelle che più mi hanno commosso.

L’uso da parte del pastore di un linguaggio ingannevolmente semplice per trasmettere verità trascendenti risuonava dentro me e mi ricordava, in un certo senso, la tradizione linguistica afroamericana con i suoi molteplici strati di significato e i suoi messaggi codificati.

Mi sono sempre meravigliato della geniale inventiva e dell’intelligenza arguta tipica delle espressioni vernacolari afroamericane. Esse possono significare una cosa in un contesto e qualcos’altro in un altro. La frase: una testa dura fa le chiappe morbide, ad esempio, sembra priva di senso nella sua interpretazione letterale ma il suo significato codificato ci trasmette l’insegnamento, sempre valido, che l’ostinazione ha delle conseguenze.

Nel Vangelo secondo Matteo, 19:24 Cristo dice: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli. Ancora una volta, se letto letteralmente, la frase non ha senso ma il suo significato recondito, la sua realtà celata, penetrante e trascendente, mette in guardia contro l’arroganza a volte associata alla ricchezza.

Può essere che gli schiavi africani, osservanti e innovativi, abbiano riconosciuto nelle parabole bibliche un metodo utile per codificare messaggi che sarebbe servito in questa nuova e strana terra?

In Matteo 10:39 Cristo fa un’affermazione sbalorditiva che ha determinato la traiettoria del mio viaggio spirituale portandomi infine ad abbracciare la Fede bahá’í e il suo principio fondamentale: l’unità del genere umano. Consultando i dodici discepoli prima di inviarli per il mondo a diffondere il Vangelo, Cristo dice: Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.

Questa affermazione apparentemente contraddittoria, paradossale e ricca di ironia, sottolinea il ruolo indispensabile che il sacrificio svolge nel processo di redenzione. In questo caso, l’ego o il sé insistente devono essere scartati prima che possa emergere una versione più profonda e pienamente realizzata del sé. La saggezza di questa profonda ammonizione spirituale ha implicazioni ampie e profonde come il mare.

Nella Fede bahá’í nessun insegnamento, nessun principio è tenuto più in stima del principio dell’unità del genere umano. È il perno attorno al quale ruotano tutti gli altri insegnamenti. Ma la visione bahá’í dell’unità non richiede l’uniformità ma la diversità, una prospettiva diametralmente opposta a qualsiasi vana nozione di neutralità razziale radicata in teorie ben intenzionate ma fuorviate dal concetto di omogeneità culturale:

Gli Scritti bahá’í… rispondono alla questione delle minoranze con una chiamata all’unità nella diversità e al pluralismo nella solidarietà… Preservare e onorare la diversità senza fare delle differenze una causa di conflitto richiede un nuovo modo di pensare, basato sul rispetto dei diritti di ogni individuo. (Bahá’í International Community, Prevention of Discrimination and Protection of Minorities, traduzione personale)

Nel contesto degli insegnamenti bahá’í, quindi, la diversità diventa un prerequisito per una forma di unità che trae giovamento dalla molteplicità culturale. Come ‘Abdu’l-Bahá, il figlio di Bahá’u’lláh e suo successore nominato, ha detto in modo così eloquente:

Considerate i fiori di un giardino. Sebbene differiscano nella specie, colore, forma e aspetto, pure, dal momento che sono rinfrescati dalle acque della medesima sorgente, vivificati dalle brezze dello stesso vento, rinvigoriti dai raggi dell’unico sole, acquistano, in virtù della loro stessa diversità, ancor più bellezza e fascino. Così quando agisce quella forza unificatrice che è la penetrante influenza della Parola di Dio, le differenze di costumi, maniere, abitudini, idee, opinioni e disposizioni abbelliscono il mondo dell’umanità. Queste diversità, queste differenze sono come l’innata dissomiglianza e varietà delle membra e degli organi del corpo umano, ciascuno dei quali contribuisce alla beltà, all’efficienza e alla perfezione del tutto. Quando queste diverse membra e organi siano sotto l’influenza dell’anima sovrana dell’uomo e il potere dell’anima pervada arti e membra, vene e arterie del corpo, allora la differenza rafforza l’armonia, la diversità conferma l’amore e la molteplicità è il più grande elemento di coordinazione. (‘Abdu’l-BaháAntologia, pp. 273-274)

Ho abbracciato la Fede bahá’í nel 1992 in parte perché questo concetto mi piaceva molto. Come figlio di genitori determinati a farmi conoscere la bellezza e la diversità della cultura afroamericana, ho interiorizzato una profonda riverenza e rispetto per la resilienza e l’ingenuità creativa di un popolo esposto a prolungati traumi transgenerazionali. Rispetto e riverenza che non ho intenzione di abbandonare per alcun motivo. Fortunatamente, come bahá’í, non sono tenuto a farlo. Il dovuto riguardo per la propria cultura di origine è insito nel tessuto stesso della Fede.

Ma l’insegnamento di Cristo sul nesso intrinseco tra il sacrificio e la rinascita mi perseguitava. Può essere che esista all’interno del concetto di unità nella diversità, la cui realizzazione porterebbe alla rinascita della civiltà umana, una dimensione essenziale del sacrificio? Esistono espressioni della cultura che devono essere consegnate al fuoco per alimentare la fiamma dell’unità? Cosa doveva morire in me affinché io potessi vivere?

Le grandi religioni del mondo si differenziano per forma e struttura ma tutte portano il marchio di un insieme di principi spirituali senza tempo che formano la base di un carattere raffinato e nobile. Tali virtù, come la pace, la giustizia, il perdono, l’equanimità, la pazienza, la sopportazione, il coraggio e la fede, sono riverite da un vero cristiano come da un vero musulmano, buddista, indù, ebreo o bahá’í. Questi valori immutabili sono insiti nel DNA spirituale della verità religiosa rivelata.

Dal punto di vista bahá’í la differenziazione tra le religioni deriva principalmente dai loro insegnamenti sociali che evolvono man mano che la società si evolve. I messaggeri e i profeti di Dio riaffermano l’essenziale natura spirituale dell’umanità enfatizzando i valori spirituali fondamentali necessari per lo sviluppo dell’anima ma ristrutturano anche la società umana introducendo leggi adatte all’epoca.

In questo contesto qualsiasi pratica culturale che mina la nobiltà spirituale dell’uomo o l’ordine sociale che il messaggero divino è venuto a stabilire, deve essere scartata, sacrificata per il progresso della civiltà umana. Le false nozioni di superiorità o inferiorità culturale; le pratiche culturali arcaiche che provocano danni emotivi, psicologici o fisici a segmenti della società emarginati; la tenace devozione a visioni illusorie di purezza culturale, tutto deve essere gettato nel fuoco di dottrine obsolete e dimenticate. La realizzazione della realtà spirituale dell’unicità dell’umanità lo richiede e gli insegnamenti bahá’í invitano tutti a cercare la propria anima e a trovare il modo per praticarla:

Bahá’u’lláh, ricorrendo a un’analogia che fa riferimento all’unico modello per l’organizzazione di una società planetaria che contenga una promessa convincente, paragonò il mondo al corpo umano. E in effetti non v’è altro modello nell’esistenza fenomenica cui si possa ragionevolmente guardare. La società umana non è fatta di una massa di cellule differenziate, ma di associazioni di individui, ciascuno dei quali è dotato di intelligenza e volontà; nondimeno, le modalità operative che caratterizzano la natura biologica dell’uomo illustrano i principi fondamentali dell’esistenza, primo fra tutti quello dell’unità nella diversità. Paradossalmente, sono proprio l’unità e la complessità dell’ordine che costituisce il corpo umano e la perfetta integrazione in esso delle cellule del corpo che permettono la completa realizzazione delle tipiche capacità intrinseche di ciascuno degli elementi componenti. Nessuna cellula vive separatamente dal corpo, tanto nel contribuire al suo funzionamento quanto nel derivare la propria parte dal benessere dell’insieme. Il benessere materiale così conseguito trova il proprio scopo nel rendere possibile l’espressione della coscienza umana; vale a dire, lo scopo dello sviluppo biologico trascende la pura e semplice esistenza del corpo e delle sue parti. (Bahá’í International Community, La prosperità del genere umano)

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Queste sono opinioni puramente personali e non rappresentano l’opinione della comunità bahá’í o di qualunque sua istituzione. Gli scritti bahá’í invitano ogni singolo ad una libera ed indipendente ricerca:

O FIGLIO DELLO SPIRITO!
Ai Miei occhi la più diletta di tutte le cose è la Giustizia; non allontanartene se desideri Me, e non trascurarla acciocché Io possa aver fiducia in te. Con il suo aiuto ti sarà possibile discernere coi tuoi occhi e non con gli occhi degli altri, e apprendere per cognizione tua e non con quella del tuo vicino. Pondera ciò nel tuo cuore, come t’incombe d’essere. In verità la Giustizia è il Mio dono per te e l’emblema del Mio tenero amore. Tienila adunque innanzi agli occhi.
(Bahá’u’lláhParole Celate, Arabo, n.2)

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