Parlare di razzismo ai propri figli

di • 8 Marzo 2019

... la razza influisce molto su tutti noi e in modo molto reale. Il rifiuto di riconoscere questa realtà lascia i bambini, in particolare i bianchi, impreparati e ignoranti sull'influenza che la supremazia bianca ha sul potere e sulle dinamiche del privilegio che inevitabilmente si verificheranno durante la loro vita ...

Originale su
bahaiteachings.org

Per un genitore parlare di razzismo ai propri figli può essere complicato. Per me è stata una bella impresa.

Questo tipo di conversazione non ha luogo dopo la presentazione di un PowerPoint, preparato dal genitore su questioni razziali, seguita da una sessione pianificata di domande e risposte. Le domande dai propri figli arrivano dirette e inaspettate. I bambini interpretano le reazioni del genitore e le sue risposte e poi si formano rapidamente le proprie opinioni sull’argomento.

Mi sono resa conto che, quando parlo di razzismo, il mio atteggiamento influenza automaticamente l’atteggiamento di mio figlio sul razzismo e sulla diversità nelle situazioni future. Se i miei commenti sono di parte o derivano da un pregiudizio, sia esso conscio o inconscio, mio ​​figlio finisce con l’adottare una mentalità simile. Sono arrivata a comprendere che, nel rapporto genitoriale, è in questi momenti che le parole e le azioni intenzionali contano di più.

Io sono bianca e mio marito è iraniano e pratichiamo la Fede bahá’í, una religione che insegna che l’umanità è una sola famiglia umana. La costante considerazione dell’unicità dell’umanità richiede un apprendimento continuo e sostanziale e mi ritengo responsabile di instillare ciò nei miei figli.

La società tende a raggruppare gli individui per poi separare i gruppi in “noi” contro di “loro”. Consciamente o inconsciamente anche noi ci ritroviamo a fare lo stesso se non facciamo metodicamente un passo indietro per valutare le nostre reazioni. Condividere le nostre riflessioni e le nostre sensazioni su questi temi con i nostri figli permette loro di essere consapevoli delle divisioni razziali esistenti nel mondo e di, auspicabilmente, iniziare da subito a fermare quella divisione.

Quando un bianco chiede a mio marito da dove viene REALMENTE o tocca i capelli di mio figlio perché “è così interessante” il messaggio, anche se non intenzionale, è che siamo diversi dalla maggioranza e che siamo classificati in un gruppo “altro” prendendo immediatamente le distanze dalla narrativa di un’unica razza umana, l’unico genere umano a cui tutti apparteniamo. Credo che la maggior parte delle persone abbia un atteggiamento positivo nella propria interazione con la diversità e credo anche che la divisione non possa più essere la premessa o il risultato di tali interazioni. Gli scritti bahá’í in realtà danno ai bianchi istruzioni esplicite, che vanno ben oltre le buone intenzioni, su quale sia il nostro ruolo specifico nello smantellare il razzismo:

I bianchi facciano uno sforzo supremo – nel loro fermo proposito di svolgere la loro parte nella risoluzione del problema – per abbandonare una volta per tutte il loro sentimento di superiorità abitualmente connaturato e talvolta inconsapevole, per correggere la loro tendenza ad assumere un atteggiamento di condiscendenza verso i membri dell’altra razza, per convincerli – frequentandoli con dimestichezza e spontaneità e senza formalismi – della genuinità della loro amicizia e della sincerità delle loro intenzioni e per controllare ogni insofferenza di fronte a eventuali incomprensioni da parte di gente che per tanto tempo ha ricevuto ferite così profonde e lente a rimarginare. (Shoghi Effendi in L’avvento della giustizia divina 31)

In casa nostra riflettiamo regolarmente sul ruolo che la razza svolge nella società. Naturalmente i bambini hanno le loro domande su ciò che accade intorno a loro e che vedono nei media, ascoltano dai loro compagni di classe o sperimentano loro stessi. Non esitiamo a rispondere alle domande difficili ma lo facciamo con onestà, in modo appropriato all’età e sinteticamente.

Il motivo di questo metodo è che lavorare rispondendo in questo modo alle loro domande consente ai nostri figli di elaborare le nostre parole con i propri sentimenti, fornendo al contempo l’opportunità di continuare la conversazione quando lo desiderino. Non intendiamo esporre i nostri figli alle divisioni mostrate nei notiziari ma con i suoi occhi e le sue orecchie nostra figlia in età prescolare ha chiesto “Come mai protestano?”

Quando rispondo cerco di riferirmi alla sua esperienza personale. Imparare che questo è il mese dedicato alla storia dei neri è importante perché da questo può capire che un intero gruppo di persone è stato discriminato a causa del colore della loro pelle. I manifestanti che lei vede ritengono che ciò stia ancora accadendo a loro, le spiego, e che la discriminazione non sia un problema del passato. Poi le chiediamo: hai mai visto qualcuno essere trattato male a causa di qualcosa che non può controllare? Sei mai stata trattata male a causa di qualcosa che non puoi controllare?

I nostri bambini sono ancora abbastanza piccoli da non capire che è una bandiera confederata quella dipinta sul cofano del furgone della porta accanto, tuttavia erano a casa quando arrivò lo sceriffo perché quello stesso vicino ci aveva denunciato per aver violato una regola, di cui non eravamo consapevoli, sul parcheggio della macchina sulla strada. Ero sconvolta, ma ho spiegato che la mia frustrazione era dovuta in parte al fatto che il nostro vicino aveva scelto di non venirci semplicemente a chiedere di spostare la macchina lungo la strada di pochi centimetri. Col tempo imparerà a conoscere la bandiera confederata. Per ora lei ha solo bisogno di imparare cosa vuol dire essere un buon vicino. Nella nostra famiglia, come bahá’í, cerchiamo di tenere questa frase sempre in mente nelle nostre discussioni:

La soluzione definitiva al conflitto etnico e razziale si basa in ultima analisi sul riconoscimento comune dell’unità del genere umano. (The Vision of Race Unity: America’s Most Challenging Issue, dichiarazione dell’Assemblea Spirituale Nazionale dei Bahá’í degli Stati Uniti, traduzione personale)

Tuttavia comprendiamo anche che l’insegnamento bahá’í dell’unità del genere umano non significa assolutamente indifferenza per le origini e le caratteristiche speciali che ci rendono individui unici. Insegnare ai nostri figli che siamo tutti interiormente uguali e pretendere che la razza non conti non è solo un lusso che la maggior parte dei genitori di colore in America non può permettersi, ma anche un disservizio per tutti i bambini, perché la razza influisce molto su tutti noi e in modo molto reale. Il rifiuto di riconoscere questa realtà lascia i bambini, in particolare i bianchi, impreparati e ignoranti sull’influenza che la supremazia bianca ha sul potere e sulle dinamiche del privilegio che inevitabilmente si verificheranno durante la loro vita.

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Queste sono opinioni puramente personali e non rappresentano l’opinione della comunità bahá’í o di qualunque sua istituzione. Gli scritti bahá’í invitano ogni singolo ad una libera ed indipendente ricerca:

O FIGLIO DELLO SPIRITO!
Ai Miei occhi la più diletta di tutte le cose è la Giustizia; non allontanartene se desideri Me, e non trascurarla acciocché Io possa aver fiducia in te. Con il suo aiuto ti sarà possibile discernere coi tuoi occhi e non con gli occhi degli altri, e apprendere per cognizione tua e non con quella del tuo vicino. Pondera ciò nel tuo cuore, come t’incombe d’essere. In verità la Giustizia è il Mio dono per te e l’emblema del Mio tenero amore. Tienila adunque innanzi agli occhi.
(Bahá’u’lláhParole Celate, Arabo, n.2)

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