Cucire le ferite di abuso e violenza

di • 15 Febbraio 2019

... Di volta in volta mi incoraggiavano, camminavano con me, credevano in me, finché lentamente, costantemente, iniziai a credere in me stesso. L'amore, offerto senza aspettativa o premio, ha una qualità migliore ...

Originale su
bahaiteachings.org

Da qualche parte, nel caldo soffocante del sud della Florida, nell’estate del 1974, un bambino piccolo siede nel retro di una Datsun 510 ferma col motore acceso. Ha circa cinque o sei anni.

I capelli alla afro, stile Michael Jackson, perfettamente pettinati brillano nel sole di Miami. I suoi grandi occhi marroni fissano spalancati la meraviglia del mondo che lo circonda, gli archi gialli del vicino MacDonald’s, i ragazzi alla moda che sullo skateboard fanno lo slalom dentro e fuori il traffico pedonale, le ragazze che saltano la corda in un vialetto vuoto.

Nelle sue piccole mani tiene il suo bambolotto di G.I. Joe, il nero barbuto con la Kung Fu grip. Sul sedile anteriore siedono un uomo e una donna. L’uomo – una versione più vecchia e più scura del ragazzo – afferra saldamente il volante rivestito in pelle, le vene degli avambracci che s’ingrossano come fiumi impetuosi. La donna dal corpo esile si agita irrequieta sul sedile del passeggero. Lei sta gridando. Qualcosa sta andando storto. Il ragazzo osserva il braccio destro dell’uomo, con al polso un Timex placcato oro, che si srotola come una frusta, colpendo la donna. Il labbro si allarga come un fiore che germoglia, una rosa in fiore e poi un rivolo di sangue. In qualche modo il bambino sa che il mondo non sarà più lo stesso.

Poiché da ogni cosa si manifesta un effetto, un fatto che nessuno può negare tranne coloro che sono privi di ragione e intendimento, è certo che i lamenti di questi bambini e i gridi di questi vilipesi avranno le dovute conseguenze. (Bahá’u’lláh, Gli inviti del Signore degli Eserciti 84)

Ho quarantanove anni ormai, già negli anni della mezza età eppure questo ricordo forma ancora un’immagine chiara e vivida nella mia mente. Il tempo, la distanza e l’accumularsi di esperienze vissute non hanno diminuito la sua vividezza, né l’hanno privato del suo potere di emozionarmi. Rappresenta un esproprio: la perdita di qualcosa di ineffabile che solo ora sto comprendendo.

Ci sono momenti, fugaci e intermittenti, quando mi sento risucchiato e il dolore per ciò che è rimasto dietro continua a perseguitarmi. Tra le comunità di Gullah Geechee delle isole della Georgia, la frase usata per riferirsi ai propri genitori è “dei del mondo inferiore”. Ho sentito per la prima volta questo termine, ingannevolmente semplice e profondamente significativo, mentre conducevo ricerche sull’isola di Sapelo per un tirocinio come artista a Savannah, Georgia, nell’inverno del 2015. La credenza è che per il bambino il genitore sia il mediatore dei bisogni nel “mondo inferiore”, come Dio media i nostri bisogni nel “mondo superiore”.

Ma dove si finisce quando si perde la fiducia? In che modo il bambino impara a fare affidamento su Dio quando gli “dèi minori”, i genitori, non riescono a onorare i requisiti del loro importante compito?

Una rottura, secondo il dizionario, è in senso figurato “distruzione, violazione di un legame, di un accordo e di rapporti analoghi, sia privati e personali, sia collettivi, giuridici, economici e politici”. Alcune esperienze, in particolare quelle contrassegnate da un trauma, possono innescare una sorta di rottura psicologica nel cervello che può influenzare negativamente la salute cognitiva e quella emotiva. Ciò è particolarmente vero per i bambini, le cui menti in via di sviluppo mancano della capacità di elaborare, di comprendere e di interpretare pienamente i motivi alla base della violenza e dell’abuso.

In un articolo pubblicato sulla rivista online “World Medical News” nel 2017, l’autrice Mary Cohut cita una ricerca condotta dal Department of Health and Human Services degli Stati Uniti che suggerisce che “…il trauma infantile lascia segni profondi con serie conseguenze tra le quali i disturbi da stress post-traumatico, la depressione, l’ansia e l’abuso di sostanze stupefacenti.” Per me, questa non è una supposizione teorica ma piuttosto una realtà viva e vegeta, fonte di enormi difficoltà e, nel contesto del potere trasformativo degli insegnamenti bahá’í, una fonte d’ispirazione creativa.

Ho iniziato a disegnare all’età di quattro anni, prima in risposta ad un’inclinazione naturale e poi come un atto salvifico, per trovare il modo di sopravvivere alla volatilità del mio ambiente circostante. Da bambino, esposto a forme tossiche di mascolinità, a volte espresse in modi imprevedibili e violenti, ho lottato per interiorizzare un costante senso di fiducia e certezza. Il terreno sotto i miei piedi sembrava essere in uno stato di flusso perenne e mantenere il passo è stato faticoso. La creatività è stata per me una porta, un mezzo per accedere a un mondo che esisteva nella mia immaginazione. Con la mia matita Durolite e la carta da ufficio Hammermill che mia madre portava a casa dallo studio legale dove lavorava, ho potuto dare forma a una nuova realtà. Trucioli di matita e pagine accartocciate di disegni scartati coprivano il pavimento della mia minuscola camera da letto – soffici scheletri di miti e significati.

‘Abdu’l-Bahá, il figlio di Bahá’u’lláh, il profeta e fondatore della Fede bahá’í, ha parlato del legame intrinseco che lega l’immaginazione all’anima:

Queste facoltà non sono che le proprietà inseparabili dell’anima, come l’immaginazione, il pensiero, l’intelligenza; queste capacità sono le necessità essenziali della realtà umana, nello stesso modo che il raggio solare è la proprietà inerente al sole. (‘Abdu’l-Bahá, Lettera al professor Auguste Forel 6)

Per me, l’arte era diventata un dono benevolo, un cuneo tra la mia situazione e i miei sogni. I miei disegni mi hanno portato in terre lontane e in pianeti lontani dove gli adulti non urlavano, né si picchiavano a vicenda, e i bambini si sentivano sempre al sicuro.

Come studente d’arte negli anni ’90 ho iniziato un’intensa ricerca spirituale che mi avrebbe condotto alla Fede bahá’í. Durante questo sincero periodo di ricerca, motivato dal desiderio di scoprire una verità duratura in contrasto con la capricciosità che aveva caratterizzato la mia infanzia, iniziai a realizzare il potere creativo della Parola di Dio – poiché, nonostante decenni di studi mirati avessero perfezionato le mie competenze artistiche in modo significativo, il mio lavoro era solo un’approssimazione della realtà.

Potevo disegnare, dipingere, intagliare il legno e piegare l’acciaio con l’intenzione di rivelare alcune qualità essenziali dell’anima ma i miei migliori sforzi costituivano solo una traccia dello spirito.

Mentre leggevo gli insegnamenti di Bahá’u’lláh, riflettendo sui misteri interiori che contengono, il mio cuore trafitto dalla penetrante influenza del loro potere di sottomissione, mi resi conto che gli scritti dei messaggeri di Dio sono investiti di una capacità creativa unica. Attraverso questi essi disegnano pennellate di nobiltà sui volti degli umiliati e degli oppressi; essi incidono coraggio e forza d’animo nel cuore dei timorosi, e ridanno forma al carattere del degradato, per rivelare la dignità della creazione. Questa promessa di guarigione e di trasformazione, elemento essenziale della verità religiosa rivelata, risvegliava in me una tranquilla speranza che, nonostante l’abbandono e l’abuso che avevo sperimentato, la sfiducia che nutrivo per il mondo e per Dio, esisteva comunque all’interno degli scritti sacri il seme del cambiamento:

O viandante sul sentiero di Dio! Prendi la tua parte dell’oceano della Sua grazia e non privarti di ciò che è celato nelle sue profondità. Sii di coloro che hanno avuto parte dei suoi tesori. Una sola goccia di questo oceano, versata su coloro che sono nei cieli e sulla terra, basterebbe a colmarli della generosità di Dio, l’Onnipotente, l’Onnisciente, il Sapientissimo. Attingi con le mani della rinunzia alle sue acque vivificatrici e aspergine tutte le cose create, sì che esse si purifichino da tutte le limitazioni, opera d’uomo, e si avvicinino al potente seggio di Dio, questo Luogo sacro e splendente. (Bahá’u’lláhSpigolature, pp. 288-289)

I miei primi passi verso una più profonda consapevolezza delle profonde implicazioni della Fede bahá’í sono stati intensificati dall’amore duraturo che ho ricevuto dalla comunità bahá’í. Di volta in volta mi incoraggiavano, camminavano con me, credevano in me, finché lentamente, costantemente, iniziai a credere in me stesso. L’amore, offerto senza aspettativa o premio, ha una qualità migliore. Cura le nostre ferite, ripara ciò che è rotto e ripristina la fiducia nel prossimo e infine in Dio.

Questa energia sinergica, liberata attraverso gli scritti sacri e attraverso la comunità, batte al cuore delle attività fondamentali che i bahá’í praticano con impegno in tutto il mondo. Attraverso classi per i bambini, programmi di valorizzazione per i giovanissimi, incontri devozionali e circoli di studio dedicati alla riflessione collettiva sugli insegnamenti bahá’í, il carattere spirituale delle comunità locali si approfondisce e i legami di mutuo supporto e interdipendenza si fondono in connessioni durature.

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Queste sono opinioni puramente personali e non rappresentano l’opinione della comunità bahá’í o di qualunque sua istituzione. Gli scritti bahá’í invitano ogni singolo ad una libera ed indipendente ricerca:

O FIGLIO DELLO SPIRITO!
Ai Miei occhi la più diletta di tutte le cose è la Giustizia; non allontanartene se desideri Me, e non trascurarla acciocché Io possa aver fiducia in te. Con il suo aiuto ti sarà possibile discernere coi tuoi occhi e non con gli occhi degli altri, e apprendere per cognizione tua e non con quella del tuo vicino. Pondera ciò nel tuo cuore, come t’incombe d’essere. In verità la Giustizia è il Mio dono per te e l’emblema del Mio tenero amore. Tienila adunque innanzi agli occhi.
(Bahá’u’lláhParole Celate, Arabo, n.2)

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