Uno spazio per il dialogo

di • 25 Gennaio 2019

... non si tratta di un trastullo infantile ma di imparare nuovamente a dialogare faccia a faccia ...

Originale su
bahaiteachings.org

Il campo di attività generalmente conosciuto come sviluppo organizzativo è emerso negli ultimi 50 anni e ha sviluppato metodi per la risoluzione dei conflitti attraverso il dialogo sistematico.

Il lavoro di David Bohm (1917-1992) rimane attuale e urgente a questo riguardo e quindi in questo articolo parlerò di lui usando il presente. Professore di fisica quantistica del MIT, si è anche dedicato allo studio della conversazione significativa e produttiva tra gruppi costituiti dai venti ai quaranta individui, nel tentativo di portare chiarezza in un’esperienza altrimenti casuale e spesso incoerente. Il lavoro di Bohm, in particolare il suo libro sul dialogo, sostiene la necessità di un dialogo globale, autentico e solidale tra persone di opinioni e culture diverse, con l’obiettivo di ampliare la coscienza collettiva e unificare conflitti e divisioni.

Bohm dice che quando ci si riunisce si devono prima sospendere le abituali assunzioni e le opinioni istintive, che non si devono considerare come reali ma come semplici riflessioni allo specchio. In questo modo il gruppo può entrare in uno stato di coscienza partecipativa, termine col quale egli ha indicato l’obiettivo più profondo del suo lavoro:

Le opinioni… non contano molto. Da ultimo potremo trovarci da qualsiasi parte tra tutte queste opinioni e iniziare ad andare oltre a queste, in un’altra direzione, una direzione tangenziale, verso qualcosa di nuovo e creativo. (David Bohm, On Dialogue, pp. 30-32.)

Per Bohm, quel “qualcosa di nuovo e creativo” è uno “spazio vuoto in cui non siamo obbligati a fare nulla, né a trarre conclusioni, né a dire nulla. …dove possiamo lasciare che si parli di qualsiasi cosa.” (Ibid., pp. 19, 49). Si tratta di una “apertura della mente”, di una “attenzione a tutte le opinioni”. (Ibid., p. 53.)

Lo spazio vuoto di Bohm è dunque un utile punto di riferimento nel cammino verso la risoluzione dei conflitti ma ritenerlo vuoto non penso abbia senso. Esaminando la questione più attentamente si scopre che quello che lui chiama spazio vuoto è stato per millenni, nella storia religiosa dell’umanità, per quanto contenziosa essa sia stata, l’arena della costruzione di significato e dell’impegno spirituale.

Come scienziato e in quanto ateo sono sicuro che Bohm preferirebbe non entrare in quello spazio come ricercatore religioso, proprio perché buona parte del pensiero religioso appare pieno di superstizione e ipocrisia e perché, secondo il suo pensiero, i sentimenti e le dichiarazioni religiose sono proprio tra quelle assunzioni abituali che dovrebbero essere per prime sospese se non cancellate.

Su questo potrei essere d’accordo con Bohm se non fosse per il fatto che quello spazio vuoto è stato appena edificato e illuminato dalla lieta novella della rivelazione bahá’í la quale consiglia come comportarsi e comunicare all’interno di gruppi e, più in generale, come membri della razza umana e approfondisce la questione più a fondo di quanto non abbia fatto anche il brillante Bohm.

Mentre anche i bahá’í sono invitati a sospendere, se non a evitare completamente, le risposte immediate, date per abitudine e non ponderate, come spesso si fa, coloro che partecipano come membri di organi decisionali bahá’í in aggiunta:

…devono ricercare la verità e non insistere sulle loro proprie opinioni, perché la caparbietà e l’insistenza nel far valere i propri punti di vista finiranno per condurre alla discordia e all’alterco e la verità resterà nascosta. Gli onorevoli membri debbono esprimere le loro idee in tutta libertà e non è in alcun modo tollerabile che qualcuno sminuisca il pensiero altrui: anzi, ognuno deve esporre la verità con moderazione… (‘Abdu’l-BaháAntologia, pp. 89, 90)

In effetti una particolare tecnica sta alla base delle dinamiche dei gruppi bahá’í, e fonda le proprie radici nel fondamentale principio bahá’í della ricerca indipendente della verità. Questa tecnica si chiama consultazione ed è caratterizzata dalla sospensione dei pregiudizi e delle fobie e dalla ricerca della reciproca comprensione. La consultazione bahá’í si basa sull’obbligo e sul coraggio di porre domande a noi stessi, tra di noi e al resto del mondo. I bahá’í credono che questo obbligo sia determinato dall’autorità spirituale e quindi ciò garantisce che la ricerca della verità divenga una metodologia sacra e applicabile in tutte le possibili circostanze.

A questo proposito lo studioso bahá’í Farzam Arbab, fisico, filosofo ed ex membro dell’istituzione bahá’í chiamata Casa Universale di Giustizia, definisce il valore del porre domande come un atto di cambiamento del mondo. In realtà, egli sostiene, dobbiamo sviluppare una meta-conversazione su quali strutture intellettuali, morali e spirituali siano alla base della nostra civiltà. Sostiene anche che dobbiamo sviluppare un sincero rispetto per quella che lui chiama mente scientifica che è precisamente quella capacità di porre domande in modo attento e di proseguire coraggiosamente nella direzione indicata dalle risposte conseguenti. Arbab scrive:

Esaminare le abitudini del pensiero, i principi, i metodi e le concezioni che sono alla base della civiltà di oggi e decidere quali possano essere mantenuti e ampliati e quali debbano essere scartati non è un compito banale. Quali concezioni di progresso sociale care alle nostre società, quali metodologie educative, quali concezioni del lavoro, della ricchezza, dell’amore, della giustizia, della libertà e dell’autorità, non sono altro che trastulli infantili? E cosa è disponibile per rimpiazzarle? … non possiamo starcene in disparte e dire che tutto sarà rinnovato e quindi con orgoglio sentirci all’avanguardia di processi appartenenti a un mondo che crediamo stia collassando. Non ho risposte al tipo di domande che sto ora ponendo; sto solo esprimendo la speranza che se creiamo il giusto tipo di condizioni, saremo in grado di identificare e di descrivere rigorosamente alcuni degli elementi, sia vecchi che nuovi, delle fondamenta intellettuali di una nuova civiltà. (Farzam Arbab, The Intellectual Life of the Baha’i Community, The Journal of Bahá’í Studies, Vol. 26, number 4, 2016.)

In altre parole, attraverso una consultazione vigorosa e domande mirate, si può giungere a un’esistenza planetaria più bella, più giusta, più pacifica e più ragionevole.

Di fatto l’avvelenamento degli oceani, l’estinzione delle specie animali, l’oppressione delle donne, la carestia, le famiglie in fuga – tutto descrive problemi umani soggetti alle nostre menti indagatrici e il sacro obbligo di chiedere perché, di cercare la verità con coraggio e acume. Per inciso il filosofo bahá’í William Hatcher ha applicato lo stesso minuzioso scrutinio scientifico al fenomeno della Fede bahá’í, e alla religione in generale, e questo a Bohm potrebbe interessare.

Mentre Bohm si concentra sulle dinamiche della conversazione in gruppi, i principi bahá’í, come l’uguaglianza tra uomini e donne, l’accordo tra scienza e religione, la pace universale, un linguaggio universale, la moderazione degli estremi di ricchezza e povertà e un Commonwealth mondiale sono autorevoli e quindi danno forma a quello spazio vuoto, così altrimenti privo di strutture morali e spirituali, servendo come base ragionevole per misurare il progresso e qualsiasi azione equanime.

Ma a prescindere dai singoli principi, incluso quello della ricerca indipendente della verità, dobbiamo investigare ancora più profondamente la vita in gruppi e la vita sul pianeta Terra. Ancor prima di guadagnarci la qualifica di buoni consulenti, dobbiamo prima chiederci cosa ostacoli la nostra purezza di cuore. Più di ogni altra cosa il lavoro è ancorato nell’anima dell’uomo, dove solo l’autorità spirituale può penetrare, dove le virtù dell’amore, della compassione, della gentilezza e della misericordia risiedono, coscientemente o meno a seconda dei casi. Possiamo chiamarlo vuoto, se dobbiamo, ma questo spazio appartiene da sempre a Dio e ha il potere di appassionarci e di spingerci in avanti.

Pensiamo dunque all’avventura e all’entusiasmo del lavoro che si prospetta. Come avvertono Bohm e Arbab, non si tratta di un trastullo infantile ma di imparare nuovamente a dialogare faccia a faccia:

I requisiti fondamentali di coloro che si riuniscono a consiglio sono: purezza d’intenti, radiosità di spirito, distacco da tutto fuorché da Dio, attrazione alle Sue Divine Fragranze, umiltà e modestia fra i Suoi amati, pazienza e sopportazione nelle difficoltà e dedizione alla Sua Soglia eccelsa… In questo giorno le assemblee di consultazione sono della massima importanza e una necessità vitale… I membri debbono quindi tener consiglio in tal guisa che non vi sia occasione alcuna di animosità o discordia. E ciò avviene quando ogni membro esprima, in assoluta libertà, la propria opinione ed esponga il proprio argomento. Se qualcuno solleva obiezioni, nessuno deve sentirsi minimamente offeso, perché fin quando il tema non sia stato esaurientemente discusso, la via giusta non potrà essere rivelata. La luminosa scintilla della verità si sprigiona soltanto dallo scontro delle differenti opinioni. (Shoghi Effendi, Unfolding Destiny, p. 7, traduzione personale)

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Queste sono opinioni puramente personali e non rappresentano l’opinione della comunità bahá’í o di qualunque sua istituzione. Gli scritti bahá’í invitano ogni singolo ad una libera ed indipendente ricerca:

O FIGLIO DELLO SPIRITO!
Ai Miei occhi la più diletta di tutte le cose è la Giustizia; non allontanartene se desideri Me, e non trascurarla acciocché Io possa aver fiducia in te. Con il suo aiuto ti sarà possibile discernere coi tuoi occhi e non con gli occhi degli altri, e apprendere per cognizione tua e non con quella del tuo vicino. Pondera ciò nel tuo cuore, come t’incombe d’essere. In verità la Giustizia è il Mio dono per te e l’emblema del Mio tenero amore. Tienila adunque innanzi agli occhi.
(Bahá’u’lláhParole Celate, Arabo, n.2)

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