La politica riformista: dal dominio del patrimonio allo stato di diritto

La sua critica al potere patrimoniale è chiara ed esplicita mentre quella agli ideali del campo riformista è più sottile.

di Nader Saiedi
Originale in inglese su bahaiteachings.org

Nono articolo della serie: Svelare Il segreto della civiltà divina

Articolo precedente: Quattro percorsi verso lo sviluppo

La politica riformista: dal dominio del patrimonio allo stato di diritto

Lo scia alla Royal Albert Hall di Londra, durante il suo viaggio in Europa, seduto tra la principessa di Galles e sua sorella, la zarina di Russia.

‘Abdu’l-Bahá indirizzò Il segreto della civiltà divina, la richiesta bahá’í di riformare ogni forma di governo, ad uno dei regimi più corrotti della storia.

Per comprendere l’essenza, le implicazioni e il contesto storico di questa opera è utile avere almeno una conoscenza rudimentale dei movimenti riformisti attivi negli anni ’70 del XIX secolo in Iran.

Dopo un breve periodo di tentativi riformisti, nei primi anni del governo di Nasiri’d-Din Shah, per opera del primo ministro Amir Kabir, l’Iran abbandonò la politica riformista e modernizzatrice e interruppe ogni tentativo di modernizzazione. La situazione non cambiò fino al 1871 quando lo scià nominò Husayn Khan ministro della giustizia, dimostrando un certo interesse per le riforme. Husayn Khan, uomo relativamente illuminato, entrò a contatto con le idee moderne durante i 12 anni in cui fu ambasciatore iraniano nella cosmopolita Istanbul, uno dei più importanti centri di critica culturale e politica nonché di discussione e diffusione delle idee occidentali.

Gli ambienti intellettuali di Istanbul erano influenzati dagli ideali della Rivoluzione francese e dai principi della filosofia illuminista. Inoltre, Husayn Khan conosceva molto bene le politiche riformiste ottomane, in ambito legale e amministrativo, note col nome di Tanzimat. Per tutte queste ragioni Husayn Khan divenne un serio sostenitore del cambiamento e incoraggiò lo scià adottare una politica riformista.

Nel 1872 Nasiri’d-Din Shah nominò Husayn Khan primo ministro ma le sue concessioni agli investitori britannici divennero un pretesto per mobilitare un’intensa opposizione da parte delle forze congiunte del clero conservatore e dei principi Qajar. Pertanto, nel 1873 lo scià chiese le sue dimissioni. Husayn Khan fu però nominato ministro della difesa e continuò ad attuare riforme per tutto il decennio fino a che nel 1880 fu sollevato da tutti gli incarichi politici e morì l’anno successivo. Questo evento concluse definitivamente la stagione riformista e lo scià riprese le sue politiche dittatoriali e patrimoniali.

Durante i suoi vari incarichi ministeriali Husayn Khan cercò di attuare varie riforme sociali, giudiziarie, militari, politiche, economiche e culturali. Cercò di limitare il potere giudiziario arbitrario dei proprietari terrieri locali, dei governatori e del clero sui loro sudditi. I governatori erano normalmente principi Qajar che, insieme al clero islamico, avevano sul popolo un potere legale e giudiziario illimitato. Accuse arbitrarie, condanne e punizioni di contadini da parte dei proprietari terrieri erano tra le forme più comuni di oppressione e di ingiustizia sociale perpetrate dai proprietari terrieri che avevano anche il potere di mettere a morte i loro sottoposti. Husayn Khan cercò di limitare il potere giudiziario al ministero della giustizia e ai rappresentanti ufficiali del ministero. Fece in modo che la pena capitale fosse soggetta all’approvazione del quartier generale del ministero della giustizia. Nelle istituzioni militari cercò di rendere l’autorità militare più impersonale e burocratica. In particolare ingaggiò una lotta contro la corruzione e gli abusi finanziari.

Husayn Khan creò istituti educativi moderni e diede vita a nuove pubblicazioni settimanali. Costruì diversi importanti edifici, strade e moschee e installò lampioni a Teheran. Infine, provò ad avviare alcune riforme culturali. Voleva far conoscere allo scià gli sviluppi moderni in Occidente e quindi lo incoraggiò a recarsi in Europa in modo che si rendesse conto della necessità delle riforme in Iran. Nel 1873 il sovrano fece il suo primo viaggio in Europa.

Tuttavia i tentativi riformisti degli anni Settanta non ebbero seguito e non giunsero a buon fine. Nasiri’d-Din Shah non era soddisfatto dei limiti del proprio potere dittatoriale e l’opposizione congiunta dei principi Qajar e dei leader religiosi conservatori condannò sin dall’inizio le iniziative riformiste al fallimento. Le autorità tradizionali del sistema patrimoniale semi-feudale in Iran – l’aristocrazia e il clero – contrastarono qualsiasi tentativo di formalizzazione o accentramento dei poteri giudiziari, politici e finanziari.

I termini sociologici usati per le varie forme di autorità sono stati definiti dall’eminente sociologo tedesco Max Weber. Secondo Weber l’autorità può essere carismatica, tradizionale o burocratica. L’autorità carismatica si basa sulla convinzione che il capo sia dotato di caratteristiche straordinarie. I profeti di Dio sono i migliori esempi storici di autorità carismatica. La parola di una figura carismatica è di per sé l’unico criterio di legalità.

Tuttavia l’autorità carismatica viene quasi sempre presto sostituita dall’autorità tradizionale che ha dominato la maggior parte della storia umana. L’autorità tradizionale, che sostiene la legittimità della cieca imitazione delle tradizioni passate, si divide in autorità patriarcale e autorità patrimoniale. L’autorità patriarcale è un’autorità familiare. Il padre è il capo e non ha né funzionari né dipendenti. Il leader non è dissociato dai soggetti. Nell’autorità patrimoniale, invece, il leader è dissociato dai suoi sudditi e l’intero gruppo è governato come fosse una proprietà personale della famiglia dominante.

Opposta ad entrambi i tipi di autorità tradizionale è l’autorità burocratica, autorità impersonale, basata su regole e leggi, formali e universali. Le cariche sono assegnate in base alle competenze e alle qualifiche tecniche e non a seconda delle caratteristiche o delle relazioni personali. Max Weber chiama questa forma burocratica di autorità giuridico-razionale. Il termine attualmente usato è stato di diritto.

L’opera di ‘Abdu’l-Bahá si riferisce chiaramente a questi importanti sviluppi nell’Iran del 1870. Il suo messaggio di fondo contiene una confutazione delle forze tradizionaliste e del loro sistema di autorità patrimoniale. Sostiene lo spirito riformista pur spiegandone i limiti. La sua critica al potere patrimoniale è chiara ed esplicita mentre quella agli ideali del campo riformista è più sottile. La principale debolezza del tentativo riformista, scrive ‘Abdu’l-Bahá, era la mancanza di una visione chiara dello sviluppo. Visione che, invece, troviamo ne Il segreto della civiltà divina.

‘Abdu’l-Bahá, da una parte, difende la forma giuridico-razionale dell’autorità politica e amministrativa – comunemente nota come stato di diritto – ma, dall’altra, non crede nell’accentramento del potere burocratico che ispirò i tentativi del partito riformista nel 1870 in Iran.

‘Abdu’l-Bahá dice con molta chiarezza di essere categoricamente contrario al sistema patrimoniale, con il suo potere arbitrario e antidemocratico dei governatori locali e dei proprietari terrieri. Ma si oppone ugualmente a forme non democratiche di potere accentrato, come era il dominio imperiale dello scià. Come vedremo nei prossimi articoli di questa serie, la visione della modernità di ‘Abdu’l-Bahá è sia democratica che decentrata, aspetti entrambi assenti nelle politiche e nella struttura ideologica di Husayn Khan.

‘Abdu’l-Bahá nel 1875, e Bahá’u’lláh molto prima di lui, furono in realtà i primi iraniani ad avanzare la richiesta di una democrazia parlamentare in Iran:

Non v’è dubbio che la ragione per cui si formano parlamenti è la volontà di portare giustizia e rettitudine, ma tutto dipende dagli sforzi dei deputati eletti. Se la loro intenzione è sincera, ne verranno risultati desiderabili e imprevisti miglioramenti; altrimenti, è certo che la cosa non avrà senso, il Paese giungerà alla paralisi e gli affari pubblici continueranno a deteriorarsi. (‘Abdu’l-BaháIl segreto della civiltà divina 17)

A nostro giudizio sarebbe preferibile che negli stati sovrani l’elezione dei membri non permanenti delle assemblee consultative dipendesse dalla volontà e dalla scelta del popolo. Infatti i rappresentanti eletti sarebbero, per questo motivo in certo modo inclini a praticare la giustizia, affinché la loro reputazione non ne soffra ed essi non cadano in disgrazia presso il pubblico. (‘Abdu’l-BaháIl segreto della civiltà divina 18)

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O FIGLIO DELLO SPIRITO!
Ai Miei occhi la più diletta di tutte le cose è la Giustizia; non allontanartene se desideri Me, e non trascurarla acciocché Io possa aver fiducia in te. Con il suo aiuto ti sarà possibile discernere coi tuoi occhi e non con gli occhi degli altri, e apprendere per cognizione tua e non con quella del tuo vicino. Pondera ciò nel tuo cuore, come t’incombe d’essere. In verità la Giustizia è il Mio dono per te e l’emblema del Mio tenero amore. Tienila adunque innanzi agli occhi. (Bahá’u’lláhParole Celate, Arabo, n.2)

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2017-12-24T00:38:25+00:008 dicembre 2017|Categorie: Società|Tags: , , , , |

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