Nessun bambino si convincerà mai ad aprire la porta dell’armadio solo perché lo si prende in giro per il fatto che crede ai mostri. Riuscirà piuttosto ad aprire l’armadio senza problemi dopo aver compreso il principio fisico della luce e del buio.

di Maya Bohnhoff
Originale in inglese su bahaiteachings.org

Undicesima ed ultima parte della serie: Le parole della fede

Giungere ad una comprensione profonda della religione

L’intero dovere dell’uomo in questo Giorno è di ottenere quella parte della fiumana di grazia che Dio riversa per lui. Nessuno perciò consideri la grandezza o piccolezza del recipiente. La porzione, per alcuni, può esser contenuta nel cavo d’una mano, per altri può riempire una coppa e, per altri ancora, persino un tino. (Bahá’u’lláh, Spigolature 7)

Un aspirante scrittore una volta mi chiese come avrebbe potuto scrivere di religione con tatto. Aveva raccolto una serie di aneddoti e storie dalla sua vita lavorativa ma era preoccupato che se li avesse utilizzati come materiale narrativo sarebbe stato accusato di deridere le credenze altrui.

Questa preoccupazione è giusta perché trattare gli altri con rispetto e gentilezza non è semplice correttezza politica ma significa piuttosto riconoscere la nostra comune umanità. Ovviamente ridicolizzare le credenze altrui non può portare a nulla di buono mentre impegnarsi a comprenderle può portare benefici sorprendenti.

Nelle mie opere di narrativa non scrivo mai di religione facendo dire al narratore che un credo è buono o quell’altro cattivo. Scrivo come se le credenze dei personaggi fossero giuste o sbagliate ma mi impegno a fondo a non manipolare i personaggi che stanno dalla parte dei cattivi attribuendogli sparate assurde, una pratica che porta all’insopportabile conclusione che quel personaggio sia cattivo perché è cattivo.

Anche il personaggio che creo in contrapposizione al protagonista, il classico cattivo, crede che il suo punto di vista sia ragionevole e corretto. Una volta quando il mio editore si lamentò che, in uno dei miei romanzi fantasy, non avevo messo in evidenza che bisognava diffidare del cattivo, lo presi come un complimento. Il cattivo le era piaciuto, mi disse. Le era veramente, veramente piaciuto e fu dura quando iniziò a rendersi conto che invece aveva delle mire disgustose, benché perfettamente ragionevoli. Quello è il modo in cui io intendo lavorare perché le persone, nella realtà, sono proprio così.

Anche nella vita reale, per quanto sia sicura del mio punto di vista, cerco sempre di comprendere quello altrui. Questo diventa più facile con la pratica e con la consapevolezza che non è necessario essere d’accordo col punto di vista di qualcuno per comprenderne i motivi e capire quali siano state, nella sua vita, le esperienze e le forze che lo hanno portato a quelle conclusioni. Spesso i nostri atteggiamenti e le nostre supposizioni sulla vita diventano abitudini, le circostanze e le forze che li hanno generati sono passate o cambiate o, talvolta, sin dal principio, non sono mai state come noi credevamo che fossero ma noi continuiamo comunque a mantenere quelle vecchie convinzioni.

Per un bambino di cinque anni un ammasso informe dentro l’armadio può sembrare un mostro venuto dal set del telefilm Supernatural ma nella realtà si tratta semplicemente del camice bianco del costume da scienziato pazzo di Halloween. Magari quando le luci sono accese il bambino ne è perfettamente consapevole ma una volta spente ritorna comunque ad essere un mostro. In questo caso il pezzo di informazione, o di ragionamento, mancante, è che l’assenza di luce non cambia la natura dell’oggetto riposto nell’armadio. Se il bambino arriva a capire questo concetto il mostro sparisce. Tuttavia nessun bambino si convincerà mai ad aprire la porta dell’armadio solo perché lo si prende in giro per il fatto che crede ai mostri. Riuscirà piuttosto ad aprire l’armadio senza problemi dopo aver compreso il principio fisico della luce e del buio.

Dio ha creato l’uomo e gli ha accordato la facoltà della ragione, mediante la quale egli possa giungere a conclusioni valide. Perciò l’uomo deve sforzarsi in tutte le cose di esplorare la realtà fondamentale. Se non cerca indipendentemente, non utilizza il talento che Dio gli ha donato. (‘Abdu’l-Bahá, The Promulgation of Universal Peace, p. 313, traduzione personale)

Uno dei miei libri preferiti su fede e ragione è The science of religion, di William S. Hatcher. In questo libro Hatcher propone una semplice spiegazione del perché crediamo ciò in cui crediamo.

Sarebbe sbagliato dire che noi riteniamo che un certo concetto sia corretto a causa della ragione o dell’intuizione o dell’esperienza. In ultima analisi se siamo convinti di qualcosa è solo per tutto il resto che accettiamo come vero perché è coerente con la nostra esperienza e comprensione della vita nel suo complesso. (William S. Hatcher, The science of religion 12)

Ovviamente, come scritto da Hatcher più avanti nel suo libro, “la qualità della fede è direttamente proporzionale alla validità dei presupposti… sui quali la fede è basata.” Questo è indiscutibilmente vero ed è il motivo per il quale abbiamo visioni così differenti della realtà. Le esperienze che ispirano il nostro ragionamento sono diverse, l’educazione diversa ci porta ad applicare la logica in modo diverso, e, infine, sono diversi anche i livelli di consapevolezza di quello che succede dentro e fuori di noi.

Dunque tutto ciò cosa suggerisce riguardo al dialogo sulle nostre credenze più profonde e su quelle altrui? A me suggerisce, come detto da Bahá’u’lláh, che:

Una parola può essere paragonata al fuoco, un’altra alla luce e l’influenza che entrambe esplicano è palese nel mondo. Perciò il saggio illuminato deve usare innanzi tutto parole blande come il latte, onde i figli degli uomini siano nutriti ed edificati e pervengano all’ultima meta dell’esistenza umana che è lo stadio della vera comprensione e nobiltà. (Bahá’u’lláh, Tavole 155)

Devo ammettere che questo non è sempre stato facile per me. Ho un arsenale di parole molto taglienti a mia disposizione e non sono sempre stata moderata nel loro uso. Il sarcasmo mi viene naturale come il respirare ma già da bambina ho compreso quanto sia più efficace applicare la regola d’oro, nelle parole come nei fatti.

Gli insegnamenti bahá’í ci incoraggiano ad usare le parole con saggezza, una saggezza che inizia con la conoscenza dell’argomento del quale si sta parlando. Noterete, se ci prestate attenzione, che le persone più colte spesso scrivono e parlano con la massima gentilezza.

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Il beneficio dell’ambiguità

Queste sono opinioni puramente personali e non rappresentano l’opinione della comunità bahá’í o di qualunque sua istituzione. Gli scritti bahá’í invitano ogni singolo ad una libera ed indipendente ricerca:

O FIGLIO DELLO SPIRITO!
Ai Miei occhi la più diletta di tutte le cose è la Giustizia; non allontanartene se desideri Me, e non trascurarla acciocché Io possa aver fiducia in te. Con il suo aiuto ti sarà possibile discernere coi tuoi occhi e non con gli occhi degli altri, e apprendere per cognizione tua e non con quella del tuo vicino. Pondera ciò nel tuo cuore, come t’incombe d’essere. In verità la Giustizia è il Mio dono per te e l’emblema del Mio tenero amore. Tienila adunque innanzi agli occhi. (Bahá’u’lláhParole Celate, Arabo, n.2)

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