Gli insegnamenti bahá’í raccomandano, quando si approfondiscono temi religiosi, di cercare la realtà e di non accontentarsi di supposizioni, ipotesi o di una retorica che non offra argomenti solidi a sostegno delle proprie tesi.

di Maya Bohnhoff
Originale in inglese su bahaiteachings.org

Ottava parte della serie: Le parole della fede

Espedienti linguistici usati per incantare il lettore

L’erba inaridisce, i fiori cadono, ma la parola del Signore rimane in eterno. E questa è la parola del Vangelo che vi è stato annunziato. Deposta dunque ogni malizia e ogni frode e ipocrisia, le gelosie e ogni maldicenza, come bambini appena nati bramate il puro latte spirituale, per crescere con esso verso la salvezza: se davvero avete già gustato come è buono il Signore. (Pietro 1 1:24b-25 2:1-3, CEI)

Sul web, in un forum di atei, qualcuno mi ha chiesto cosa ci vorrebbe affinché io dubitassi dell’esistenza di Dio.

Ci ho pensato sopra e poi gli ho risposto che, sinceramente, non lo sapevo. Ho pensato che non ci fosse nulla che avrebbe potuto instillarmi un tale dubbio, almeno per quelle che erano le mie conoscenze fino a quel momento. Mi è stato risposto che il mio era proprio un bel gioco di parole e questo commento voleva ovviamente intendere che ero stata evasiva.

Non era mia intenzione essere evasiva e, personalmente, non userei mai la locuzione “gioco di parole” per indicare una risposta evasiva. Per me “gioco di parole” indica un discorso nel quale l’ipotesi di partenza viene progressivamente, e abilmente, trasformata in un fatto comprovato.

Ecco come funziona: si inizia il discorso con una teoria su cosa “può essere accaduto” per poi, poco alla volta, mutare il tono del linguaggio dall’ipotetico all’affermativo fino a quando non si finisce con il parlare dell’ipotesi iniziale come di un fatto realmente accaduto. Dunque si passa, magicamente, dall’opinione di qualcuno ai fatti concreti. Da questo punto in poi il discorso prosegue prendendo la teoria iniziale come se fosse una verità assodata.

Volete un buon esempio? The Mythmaker: Paul and the Invention of Christianity, di Hyam Maccoby. In questo libro lo scrittore racconta come, secondo fonti ebionite (che per altro non cita), l’apostolo Paolo, contrariamente alle sue stesse affermazioni, non fosse mai stato un rabbino fariseo ma piuttosto un gentile, nato da genitori timorati di Dio. Più avanti nel testo l’autore definisce Paolo “un avventuriero di oscure origini”. Dunque viene chiesto al lettore di accettare l’affermazione dell’autore che l’aggettivo oscure sia appropriato, e lo stesso dicasi anche per il termine avventuriero, due termini entrambi molto evocativi e carichi emotivamente.

Maccoby prosegue il resto del libro parlando dell’apostolo Paolo come se quelle poc’anzi descritte fossero verità assodate. Più avanti, nello stesso capitolo, Maccoby scrive: “Anche se Paolo, dopo la sua conversione all’ebraismo, non divenne mai realmente un rabbino fariseo, il fatto stesso che sentisse la forte necessità, più avanti nella sua vita, di rappresentare se stesso come se lo fosse realmente stato deve essere significativo. Significa che… questo era stato il suo sogno. Se i suoi genitori erano veramente timorati di Dio (cioè gentili che vivevano come ebrei) essi devono avergli parlato dei famosi farisei della Giudea… Il giovane Paolo deve aver conosciuto i nomi dei grandi leader farisei… e potrebbe anche averli incontrati.”

Maccoby conclude affermando che: “Il giovane Paolo, volendo diventare un vero convertito, era spinto dalla sua innata ambizione a vedere se stesso non come un normale convertito ma… come un grande leader fariseo.” Alla fine del capitolo Maccoby riassume quanto possiamo presumibilmente dedurre su Paolo sulla base delle informazioni esposte fino a quel momento: “Possiamo dedurre che egli fece un tentativo fallimentare di imporsi all’interno del movimento fariseo e che egli seguì alcuni maestri farisei per un qualche tempo… ma senza successo.” La conclusione è che: “Invece del suo sogno di ottenere il rispettato status di rabbino, la realtà fu l’ignominia di diventare uno dei sommi sacerdoti di un gruppo armato di malviventi.”

Vedete? Questi paragrafi sono un esempio, da manuale, di manipolazione della percezione. Dopo aver iniziato intrecciando un misto di ipotesi e fatti reali – tutte opinioni su quello che Paolo potrebbe aver pensato, potrebbe essere stato o potrebbe aver fatto – l’autore afferma che, sulla base di queste supposizioni, possiamo dedurre la mentalità e le azioni di Paolo. L’autore diventa onnisciente!

Come espediente retorico questo presupposto di onniscienza può essere molto utile… in narrativa. Consente allo scrittore di delineare un quadro del soggetto che, fino a quando il lettore non si renda conto della pretestuosità delle affermazioni, può imporsi su qualsiasi altro dato di fatto di cui il lettore sia a conoscenza.

Questa tecnica mi infastidisce, e mi infastidisce anche quando concordo con la tesi finale dell’autore. Sarà forse perché sono prima di tutto una scrittrice di narrativa, ma anche quando si tratta di saggistica, sono una decisa sostenitrice del fatto che mostrare, e non affermare, è il miglior modo per comunicare onestamente.

Gli insegnamenti bahá’í raccomandano, quando si approfondiscono temi religiosi, di cercare la realtà e di non accontentarsi di supposizioni, ipotesi o di una retorica che non offra argomenti solidi a sostegno delle proprie tesi. Quando si parla delle vite dei fondatori delle grandi religioni mondiali non fidatevi di semplici opinioni ma esaminate invece i dati di fatto:

Qual è dunque la missione dei Profeti divini? La Loro missione è l’educazione e l’avanzamento del mondo dell’umanità. Essi sono i veri Maestri ed Educatori, gli Istruttori universali dell’umanità. Se vogliamo scoprire se una di queste grandi Anime o Messaggeri era in realtà un Profeta di Dio, dobbiamo esaminare i fatti della Sua vita e della Sua storia e il primo punto della nostra indagine sarà l’educazione che Egli ha conferito all’umanità. Se Egli è stato un Educatore, se ha educato una nazione o un popolo, sollevandolo dai più profondi abissi dell’ignoranza fino al supremo stadio del sapere, allora siamo certi che era un Profeta. Questo è un semplice e chiaro modo di procedere, una prova inconfutabile.(‘Abdu’l-Bahá, The Promulgation of Universal Peace, p. 364, traduzione personale)

Se questo articolo vi è piaciuto potete ricevere tempestivamente informazioni sui prossimi con i seguenti link: la nostra Newsletter, like sulla nostra pagina Facebook, follow su Twitter.

Se ritenete che queste considerazioni possano essere un contributo utile alla riflessione di altre persone condividete l’articolo sui social network usando i pulsanti che trovate qui in fondo.

Articolo successivo:
Far di tutta l’erba un fascio

Articolo precedente:
Colpevole per associazione di idee

Queste sono opinioni puramente personali e non rappresentano l’opinione della comunità bahá’í o di qualunque sua istituzione. Gli scritti bahá’í invitano ogni singolo ad una libera ed indipendente ricerca:

O FIGLIO DELLO SPIRITO!
Ai Miei occhi la più diletta di tutte le cose è la Giustizia; non allontanartene se desideri Me, e non trascurarla acciocché Io possa aver fiducia in te. Con il suo aiuto ti sarà possibile discernere coi tuoi occhi e non con gli occhi degli altri, e apprendere per cognizione tua e non con quella del tuo vicino. Pondera ciò nel tuo cuore, come t’incombe d’essere. In verità la Giustizia è il Mio dono per te e l’emblema del Mio tenero amore. Tienila adunque innanzi agli occhi. (Bahá’u’lláhParole Celate, Arabo, n.2)

Print Friendly, PDF & Email