Che si tratti di narrativa o di saggistica, è fondamentale che lo scrittore comprenda il punto di vista “opposto” prima di affrontare un dialogo filosofico.

di Maya Bohnhoff
Originale in inglese su bahaiteachings.org

Quarta parte della serie: Le parole della fede

Fantoccio di paglia

Ma, fratello mio, quando un vero ricercatore si accinga a iniziare la ricerca sul sentiero che conduce alla sapienza dell’antico dei Giorni, deve prima di tutto mondarsi e purificarsi il cuore, che è la sede della rivelazione dei profondi misteri di Dio, dalla polvere ottenebrante di tutta la sapienza acquisita e dalle allusioni delle personificazioni di fantasie sataniche. Deve nettarsi il petto, santuario dell’eterno amore del Beneamato, da ogni lordura, purificarsi l’anima da tutto ciò che appartenga all’acqua e al fango e da ogni attaccamento basso ed effimero. Deve tanto mondarsi il cuore che nessuna traccia d’amore o di odio vi si attardi, perché l’amore non lo conduca ciecamente in errore e l’odio non lo respinga lungi dalla verità. (Bahá’u’lláh, Certezza 131)

Ora parliamo di fantocci di paglia e di religioni di paglia.

Per chi non lo sapesse nella lingua inglese il termine “fantoccio di paglia” si usa per indicare un concetto immaginario che incarna ciò che non si apprezza di qualcosa, di qualcuno o di un certo gruppo. Questo concetto, per sua natura, prende corpo da una grossolana generalizzazione che attribuisce un particolare ad un insieme. In letteratura lo si trova quando uno scrittore crea un personaggio, o un gruppo di personaggi, per rappresentare un insieme di idee che lui trova in qualche modo discutibili. Lo scrittore allora s’illude che, se riesce ad abbattere questo fantoccio, allora ha sconfitto le idee che questo rappresenta.

Uno scrittore di fantascienza che conosco ha impiegato questo metodo quando ha messo in scena un’immaginaria battaglia filosofica tra il punto di vista dei credenti e quello degli atei con l’evidente scopo di dimostrare la razionalità del punto di vista ateo e la sua superiorità su quello dei credenti. In pratica ha creato una religione di paglia e poi l’ha smontata.

La religione di paglia, in questo caso, era costituita da dogmi chiaramente pseudo cattolici e il lettore era invitato ad accettarla come rappresentazione di chi crede in Dio. La religione di paglia era stata creata, le sono state poste domande appropriate e molto complesse ma questa si è rivelata incapace di dare risposte intelligenti, probabilmente perché lo scrittore stesso non riusciva ad immaginarsi alcuna risposta intelligente per cui ha pensato di rappresentare la religione di paglia costretta a ricorrere ad una retorica stridente, emotiva e dogmatica. Piuttosto chiaro, no?

A questo punto veniva chiesto al lettore di ammettere la sconfitta della “Religione” nella battaglia con la “Ragione” benché nulla, che assomigliasse ad un dialogo reale tra i due, avesse effettivamente avuto luogo. Quando ho letto la scena in cui si svolgeva questo dibattito mi sono sentita come se fossi tornata l’alunna che in classe alzava la mano e gridava: “Io, io! Io so rispondere a queste domande!”

Che si tratti di narrativa o di saggistica, è fondamentale che lo scrittore comprenda il punto di vista “opposto” prima di affrontare un dialogo filosofico. Se si scrive un qualsiasi testo che includa un dibattito ideologico, occorre essere profondamente preparati sui vari punti di vista, per poterli rappresentare con correttezza. Questo richiede di raccogliere informazioni a sufficienza anche da fonti che sono vicine al punto di vista “opposto”. Per esempio, chiunque voglia scrivere una storia ambientata in una società buddista Nichiren o fare una presentazione sul buddismo, deve reperire fonti del buddismo Nichiren stesso per poter capire quello in cui questa setta buddista crede.

Allo stesso modo quando uno decide di investigare un qualsiasi aspetto della realtà, inclusa la religione, gli insegnamenti bahá’í lo invitano a “mondarsi e purificarsi il cuore” così “che nessuna traccia d’amore o di odio vi si attardi, perché l’amore non lo conduca ciecamente in errore e l’odio non lo respinga lungi dalla verità.” Se vogliamo essere veri ricercatori dobbiamo separare sentimenti ed emozioni dalla nostra ricerca e diventare osservatori neutrali prendendo decisioni basate unicamente sulla realtà dei fatti. Questo, secondo gli scritti bahá’í, è l’unico modo per arrivare alla verità.

Quando scrivo un dialogo che rappresenti il conflitto tra alcuni personaggi provo sempre a lasciare che la conversazione prenda la sua strada. Invece di scrivere quello che ho bisogno che un personaggio dica per arrivare diritta al punto, provo a scrivere quello che direi io stessa se condividessi il punto di vista di quel personaggio. Come potete immaginare questo mi conduce lungo percorsi interessanti che non avevo alcuna intenzione di percorrere. Può essere affascinante, eccitante o esasperante e ci sono state delle volte nelle quali ho dovuto riconsiderare e riformulare un’idea perché la “leale opposizione” aveva sollevato argomenti che, fino a quel momento, non avevo considerato.

La prossima volta vorrei prendere in esame il modo in cui la scelta delle parole condiziona il tono emotivo del dialogo… e, a volte, genera false impressioni.

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Queste sono opinioni puramente personali e non rappresentano l’opinione della comunità bahá’í o di qualunque sua istituzione. Gli scritti bahá’í invitano ogni singolo ad una libera ed indipendente ricerca:

O FIGLIO DELLO SPIRITO!
Ai Miei occhi la più diletta di tutte le cose è la Giustizia; non allontanartene se desideri Me, e non trascurarla acciocché Io possa aver fiducia in te. Con il suo aiuto ti sarà possibile discernere coi tuoi occhi e non con gli occhi degli altri, e apprendere per cognizione tua e non con quella del tuo vicino. Pondera ciò nel tuo cuore, come t’incombe d’essere. In verità la Giustizia è il Mio dono per te e l’emblema del Mio tenero amore. Tienila adunque innanzi agli occhi. (Bahá’u’lláhParole Celate, Arabo, n.2)

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