Muhammad Ali, forza fisica e forza morale

Sparargli per cosa? Come posso sparare a quelle povere persone? Allora portatemi in galera.

di David Langness
Originale in inglese su bahaiteachings.org

Muhammad Ali

…interferire in questioni di coscienza non fa che dare loro maggiore eco e maggiore forza; più ci si adopera per estinguerle più se ne alimenta la fiamma, specialmente in questioni di fede e religione che si diffondono e acquisiscono influenza non appena viene versato sangue e si tocca profondamente il cuore degli uomini. (‘Abdu’l-Bahá, A Traveller’s Narrative 20, traduzione personale)

Mio padre amava il pugilato.

Quando ero bambino, ogni volta che alla televisione c’era un incontro di pugilato mio padre lo guardava entusiasta. Era un ex soldato, con una breve carriera da pugile nei Marines e una mentalità all’antica secondo la quale lo sport mette alla prova la forza di carattere del vero uomo.

A volte ho pensato che l’intera struttura morale mio padre si fosse formata col pugilato. Mi insegnava che se qualcuno mi colpiva io dovevo rispondere ancora più forte e che dovevo aver rispetto per l’avversario ma che dovevo anche essere fiducioso che l’avrei battuto. Il ring per lui rappresentava la vita e l’obiettivo era vincere. Tutta l’esistenza era una competizione brutale per la sopravvivenza del più adatto. Bisognava lottare per essere il campione senza mai mollare. Il concetto che papà aveva di ciò che servisse per essere un uomo pareva nascere dal ring, dove due uomini si fronteggiavano fino a quando uno solo avrebbe vinto.

Naturalmente un ragazzo è dal padre che impara cosa voglia dire essere uomini. Guardi tuo padre e vuoi essere come lui. Tuttavia io non ho mai seriamente desiderato colpire o ferire nessuno. Papà ci ha provato, eccome. Mi regalò il primo paio di guantoni – 14 once in pelle rossa con lacci bianchi – quando avevo sette anni. Disse che mi voleva insegnare ad essere un uomo.

Furono poche le volte che salii sul ring per provarli. Infatti imparai velocemente che non mi piaceva essere colpito e che mi piaceva ancora meno colpire. Stesi a terra un altro bambino e questo iniziò a piangere. Provai la sensazione del suo labbro ferito e sanguinante, del suo dolore e della sua umiliazione come se fosse capitato a me. Se questo era ciò che serviva per diventare un vero uomo certo non faceva per me. Dissi a mio padre che non volevo più combattere. Smisi di guardare assieme a lui i programmi di pugilato in televisione. Sapevo di averlo deluso ma non potevo essere quello che lui avrebbe voluto.

Pochi anni dopo un giovane pugile di nome Cassius Clay vinse la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma e gli amici mi dissero che dovevo assolutamente vederlo combattere. Non lo feci. Quattro anni più tardi Clay divenne campione dei pesi massimi sconfiggendo Sonny Liston e poi divenne membro della Nation of Islam e cambiò il suo nome in Muhammad Ali.

Quando gli Stati Uniti tentarono di mandarlo a combattere in Vietnam Ali si rifiutò dicendo:

La mia coscienza non mi permette di andare a sparare a mio fratello o a qualche altra persona con la pelle più scura, o a gente povera e affamata nel fango per la grande e potente America. E sparargli per cosa? Non mi hanno mai chiamato ‘negro’, non mi hanno mai linciato, non mi hanno mai attaccato con i cani, non mi hanno mai privato della mia nazionalità, stuprato o ucciso mia madre e mio padre. Sparargli per cosa? Come posso sparare a quelle povere persone? Allora portatemi in galera.

All’epoca ero adolescente, soggetto io stesso alla leva obbligatoria, e così iniziai a prestare attenzione a questo pugile. Mi resi conto che la forza di Muhammad Ali e il suo potere avevano improvvisamente trasceso il piano fisico per diventare spirituali. Sul ring aveva dominato. Fuori dal ring aveva mostrato al mondo che la sua coscienza, il suo giudizio morale e la sua fede religiosa non gli permettevano di combattere una guerra che considerava ingiusta, qualsiasi fossero state le conseguenze che avrebbe dovuto affrontare.

Quel rifiuto solitario ma giustificato di andare in guerra fu di ispirazione per me e per molti altri che si dichiararono obiettori di coscienza alla leva militare. Quel gesto ispirò anche Martin Luther King Jr. che, fino a quel momento, aveva evitato di prendere posizione sulla guerra in Vietnam per paura di inimicarsi il governo degli Stati Uniti e di perdere il sostegno di questo alle sue attività in favore dei diritti civili. Dopo il rifiuto di Ali di andare a combattere in Vietnam, Martin Luther King tenne il suo famoso discorso contro la guerra alla New York’s Riverside Church, contribuendo a risvegliare le coscienze dell’intera nazione.

Il rifiuto di un uomo di combattere una guerra ingiusta portò alla fine della guerra e contribuì a cambiare l’atteggiamento verso il concetto stesso di guerra in tutto il mondo. Questo successe probabilmente perché Ali aveva dimostrato la sua forza fisica sul ring e poi, in una dimostrazione di forza spirituale, aveva rifiutato di ammazzare altre persone.

Il percorso spirituale di Ali lo portò a decidere secondo coscienza. Prima divenne membro della setta Nation of Islam ma poi si convertì all’Islam Sunnita ufficiale nel 1975. Più avanti negli anni divenne un seguace di Inayat Khan, il fondatore del Sufismo Universale. Quel cammino spirituale lo portò anche ad una vita di attivismo sociale, su scala globale. Andando a Louisville, nel Kentucky, sua città natale, si può visitare il centro no profit Muhammad Ali e scoprire l’attenzione che questo pone alla pace, alla responsabilità sociale e al rispetto per tutta l’umanità.

Quando ricordiamo Muhammad Ali credo sia meglio ricordarlo per la lotta a favore della giustizia e della pace fuori dal ring piuttosto che per le sue prodezze su di esso.

Come è triste ora constatare che l’uomo ha adoperato questo dono di Dio per fabbricare strumenti di guerra, per trasgredire al comandamento: «Non uccidere», e sfidare il precetto di Cristo: «Amatevi gli uni con gli altri». Dio dette il potere dell’intelletto all’uomo, perché lo adoperasse per il progresso della civiltà, per il bene dell’umanità, per diffondere l’amore, la concordia e la pace. Ma l’uomo preferisce adoperare questo dono per distruggere invece che per costruire, per l’ingiustizia e l’oppressione, per l’odio, la discordia e per devastare il mondo, per uccidere quel prossimo, che Gesù gli comandò di amare come se stesso! Io spero che voi adoperiate la vostra intelligenza per promuovere l’unità e la tranquillità del genere umano, per dare luce e civiltà al popolo, per far sbocciate l’amore intorno a voi e portare la Pace Universale. (‘Abdu’l-Bahá, Saggezza 46)

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O FIGLIO DELLO SPIRITO!
Ai Miei occhi la più diletta di tutte le cose è la Giustizia; non
allontanartene se desideri Me, e non trascurarla acciocché Io
possa aver fiducia in te. Con il suo aiuto ti sarà possibile discernere
coi tuoi occhi e non con gli occhi degli altri, e apprendere
per cognizione tua e non con quella del tuo vicino. Pondera
ciò nel tuo cuore, come t’incombe d’essere. In verità la Giustizia
è il Mio dono per te e l’emblema del Mio tenero amore.
Tienila adunque innanzi agli occhi.
(Bahá’u’lláh, Parole Celate, Arabo, n.2)

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2016-10-30T02:09:47+00:0010 giugno 2016|Categorie: Attualità|Tags: , , , , |

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