Colpevole per associazione di idee

Elving ha ragione: quelle parole toccano una corda emotiva profonda. Sfortunatamente, oltre a questo, esse prevengono qualsiasi pensiero razionale.

di Maya Bohnhoff
Originale in inglese su bahaiteachings.org

Settima parte della serie: Le parole della fede

Colpevole per associazione

I politici senza scrupoli spesso usano una tattica che potremmo chiamare colpevole per associazione di idee. Ad esempio alcuni personaggi hanno fatto un gran clamore sostenendo che l’allora senatore Obama intrattenesse rapporti di amicizia con i terroristi.

Quando penso a dei terroristi penso a delle persone che fanno carriera (brevissima) facendosi esplodere e che sembrano avere molta poca considerazione per quelli che esplodono assieme a loro: che si tratti degli innocenti passeggeri di un aeroplano o di impiegati in un centro direzionale o di bambini in un ospedale, a loro non importa. Quando penso, invece, ai rapporti di amicizia penso ai miei amici, quelli che ho conosciuto tra gli appassionati di musica Filk o nella comunità bahá’í e con i quali passo il mio tempo, viaggio, canto, studio o prego. Si tratta, quindi, di persone alle quali sono molto legata.

Queste sono le precise immagini che la retorica del colpevole per associazione di idee intende evocare e, nel fare questo, affianca il calore dell’amicizia all’orrore di persone come gli attentatori alle Torri Gemelle o all’Alfred P. Murrah Federal Building. Questa tecnica retorica suscita negli interlocutori sconcerto al solo pensiero che un essere umano, dotato di coscienza, possa stringere rapporti di amicizia con persone come queste.

In questo caso specifico, il terrorista in questione era, al momento in cui il senatore Obama lo incontrò, un rispettato professore universitario e non il pazzo dogmatico e disperato che associamo al termine terrorista. A prescindere dall’opportunità o meno dell’associazione o dal proprio parere sulle persone coinvolte, questa tecnica retorica interrompe, con molta efficacia, il pensiero razionale. Possiamo paragonarla al gioco del telefono senza fili fatto da una gran massa di persone nel quale tutte le parole originali si perdono tranne i termini amicizia e terrorista. La forte carica emotiva di questi due termini fa dimenticare tutto il resto, incluso l’uso della ragione e della logica.

Un altro esempio lo possiamo ritrovare nella così detta controversia della moschea di Ground Zero. Ron Elving, corrispondente della National Public Radio, scrisse, sul sito della NPR, un articolo su questo tema che inizia così: “La moschea di Ground Zero. Queste parole riassumono una controversia con un linguaggio così vivido e, allo stesso tempo, conciso che nessuno, che si tratti di giornalisti o di esperti, riesce ad esimersi dall’usarle…” “Naturalmente”, prosegue Elving, “sono parole scorrette e fuorvianti. Ma queste considerazioni ci fanno forse desistere dall’usare un’espressione così accattivante e che tocca corde emotive così profonde? …Naturalmente i fatti reali di questo caso sono piuttosto complicati ma le spiegazioni non sono più necessarie in quanto sostituite da uno slogan perfetto: la moschea di Ground Zero.”

La frase era scorretta perché l’edificio non si trovava a Ground Zero, doveva essere un centro culturale di quartiere aperto a tutti, a prescindere dall’appartenenza religiosa, con un centro di assistenza diurna e uno spazio per eventi. Elving ha ragione: quelle parole toccano una corda emotiva profonda. Sfortunatamente, oltre a questo, esse prevengono qualsiasi pensiero razionale.

“Pronuncia quelle parole”, dice Elvin, “e non è più necessario parlare di fatti o fornire spiegazioni. Quelle parole evocano l’immagine di una grande luogo di culto islamico, irto di minareti, che si erge sulle ceneri dello stesso World Trade Center. Uno può già immaginarsi le voci che gridano “Allah’u’akhbar!” e vedere migliaia di fedeli mussulmani, inginocchiati in file parallele, rivolti verso la Mecca, pieni di odio verso gli Stati Uniti e pronti a cospirare contro di noi. Proprio sulle ceneri dei martiri dell’11 settembre. …così concepita”, conclude Elving, “l’idea è assolutamente mostruosa… e totalmente falsa.” (L’articolo originale di Ron Elving lo potete trovare seguendo questo link)

Elving usa il termine evocare per indicare come alcune parole richiamino alla mente un’immagine. Anche l’apologista JK van Baalen usa questa parola ma con un effetto diverso. Dopo aver parlato del tempio bahá’í, dallo stravagante nome, che si trova a Wilmette nell’Illinois, il reverendo Baalen dice dei bahá’í che “con questo tempio evocano”.

Usando poche parole, senza significato, lo scrittore crea un legame, scorretto e fuorviante, tra la Fede bahá’í e l’occulto. La frase non ha contenuto ma il lettore che non legga con senso critico si ricorderà dei bahá’í come di stregoni che usano il loro tempio per evocare… non si sa cosa. Il lettore magari non prende neppure coscienza della parola ma, come osserva Ron Elving, non è necessario.

Nel quotidiano locale di una piccola cittadina dove in passato ho vissuto, un mio amico spesso scrive articoli critici sulla fede bahá’í. In uno di questi articoli ha menzionato i bahá’í nella stessa frase in cui menziona anche al-Qaida, facendo notare il conflitto armato e la brutale repressione dei babí e dei bahá’í che ebbe luogo nei primi giorni della fede bahá’í. Poi ha proseguito spiegando come Bahá’u’lláh avesse iniziato rapidamente a modernizzare le varie cellule (nella fede bahá’í non ci sono cellule) per poi concludere: “Se il mondo risponde ad al-Qaida con la condanna e la forza militare, forse anche loro adotteranno, nella loro pratica religiosa, un’espressione quieta come fecero i bahá’í.” Speriamo che lo facciano veramente, aggiungo io.

Questa è astuzia: ha messo in diretta relazione, senza peraltro spiegarne i motivi, la fede bahá’í con al-Qaida attraverso l’uso della parola cellula con il risultato di dichiarare, ma solo implicitamente, che i bahá’í sono diventati “quietisti” grazie alla condanna e alla forza militare. L’ironia della sorte vuole che il mio amico sia uno studente di storia del Cristianesimo e alcuni dei primi nemici di questa religione, nella quale lui crede, usarono le stesse tecniche retoriche per screditare l’allora nascente comunità cristiana e accusare i suoi membri di infanticidio, devianze sessuali e slealtà verso il governo. Ma quello che colpisce di più è il fatto che lui sapeva molto bene che ciò che ha implicitamente scritto era falso e che i pacifici, quietisti, insegnamenti bahá’í sono precedenti alle repressioni. Mi domando se il mio amico abbia tenuto conto di quanto, in una città piccola come la nostra, le sue parole possano influenzare le relazioni tra i bahá’í e i loro vicini.

Ogni parola è dotata di spirito e perciò l’oratore o l’espositore devono prudentemente parlare a tempo e luogo, perché l’effetto che ciascuna parola produce è lampante e manifesto. … Una parola è come la primavera che inverdisce e mette in fiore i teneri virgulti del roseto del sapere, un’altra è come un veleno letale. (Bahá’u’lláh, Tavole 155)

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Queste sono opinioni puramente personali e non rappresentano l’opinione della comunità bahá’í o di qualunque sua istituzione. Gli scritti bahá’í invitano ogni singolo ad una libera ed indipendente ricerca:

O FIGLIO DELLO SPIRITO!
Ai Miei occhi la più diletta di tutte le cose è la Giustizia; non allontanartene se desideri Me, e non trascurarla acciocché Io possa aver fiducia in te. Con il suo aiuto ti sarà possibile discernere coi tuoi occhi e non con gli occhi degli altri, e apprendere per cognizione tua e non con quella del tuo vicino. Pondera ciò nel tuo cuore, come t’incombe d’essere. In verità la Giustizia è il Mio dono per te e l’emblema del Mio tenero amore. Tienila adunque innanzi agli occhi. (Bahá’u’lláhParole Celate, Arabo, n.2)

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di | 2017-01-06T05:41:39+00:00 23 dicembre 2016|Categorie: Società|Tags: , , , |

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