Siete tutti foglie di un unico albero e gocce di uno stesso oceano. - Bahá’u’lláh

Il linguaggio della fede: come parlare di religione

Pensare che il significato che diamo ad una parola sia per tutti lo stesso è un’illusione che può essere fonte di equivoci, frustrazioni e discordia.

di Maya Bohnhoff
Originale in inglese su bahaiteachings.org

Il linguaggio della fede: come parlare di religione

Sono scrittrice, per professione e per passione. Scrivo molto di religione, anche se si trova in cima alla lista dei temi di cui non è educato discutere in pubblico. Per chi fosse comunque deciso ad affrontare questo tema – se è l’oggetto dei vostri studi, delle vostre letture, se scrivete su questo argomento e lo avete a cuore, o se semplicemente desiderate farvene un’idea – desidero, in questa breve serie di articoli, proporre alcuni elementi di riflessione.

Mi occupo di religione, magia, fede e altre forme di spiritualità nella maggior parte dei miei scritti, che si tratti di narrativa o di saggistica. Scrivo, con una certa regolarità, saggi, introduzioni e articoli che hanno per tema la religione comparata. In qualità di ghost-writer ho scritto le memorie di persone di fedi differenti. Pur non trattandosi del tema principale, religione, fede, spiritualità e il binomio magia e scienza sono parte integrante del mondo nel quale hanno luogo le vicende di tutti i personaggi delle mie opere di narrativa.

Non sono temi semplici di cui scrivere o parlare e, tra l’altro, nascondono diverse insidie. Sono quindi molte le persone che, per svariati motivi, evitano di discutere o di leggere di religione. Alcuni trovano che sia un tema che disorienta, altri temono che conoscere cosa credono gli altri possa mettere in crisi le loro convinzioni più profonde, altri, invece, ritengono che esprimere le proprie credenze possa essere offensivo. Molti temono anche che prendere posizione su questi temi possa attirare loro critiche pesanti o possa evidenziare la loro ignoranza. Molti, infine, possono anche avere pensieri profondi sul rapporto tra fede e ragione, ma si sentono inadeguati ad esprimerli.

In aggiunta a tutto questo le parole usate per trattare di religione sono spesso oscure e scoraggianti. Un buddhista potrebbe chiedersi cosa intenda un cristiano quando parla di ‘beatitudine’ o di ‘Trinità’. Da giovane, vivendo in un ambiente cristiano, termini come ‘avatar’, ‘karma’ o ‘Nirvana’ mi risultavano estranei.

Questo può accadere anche all’interno di una stessa comunità religiosa. Un metodista può trovarsi spiazzato davanti ad un cattolico che parla di ‘transustanziazione’. Un bahá’í di origini buddiste potrebbe confonderne un altro di origini cristiane se si riferisce ad ‘Abdu’l-Bahá come ad un ‘bodhisattva’. Inoltre una dottrina fondamentale per una data persona che si interessa di religione potrebbe risultare completamente priva di significato per un’altra.

Questo non significa necessariamente che ci sia una differenza di opinione sul tema ma, semplicemente, che si usano termini diversi. Se si chiede ad un bahá’í, di origini cristiane, chi sia ‘Abdu’l-Bahá egli userà il termine ‘santo’ o ‘angelo’. La sua controparte di origine buddiste sceglierà invece il termine ‘bodhisattva’ mentre uno che sia nato in una famiglia bahá’í potrebbe non aver altro termine da impiegare se non ‘esempio’.

Chi osservasse questa situazione dall’esterno potrebbe concludere che queste persone siano in disaccordo sullo stadio di ‘Abdu’l-Bahá ma invece non lo sono. Stanno semplicemente usando termini diversi per indicare lo stesso insieme di qualità che motivarono Bahá’u’lláh a conferire al suo primogenito il titolo di ‘Esempio’.

Durante un dialogo, altrettanto inaspettatamente, due persone possono usare la medesima parola ma intendere con essa due concetti completamente diversi. Prendiamo ad esempio proprio la parola ‘religione’. La sua radice latina significa ‘legare assieme’, che penso esprima eloquentemente il suo proposito. Così quando uso la parola ‘religione’ io mi riferisco all’atto collettivo di adorare Dio e all’insieme degli insegnamenti seguiti collettivamente da una comunità. Quando qualcuno dei miei amici evangelici o atei usa lo stesso termine essi si riferiscono a concetti piuttosto differenti. L’evangelico potrebbe definire ‘religione’ come un falso sistema di credenze costruito dall’uomo e insistere sul fatto che il cristianesimo non sia affatto una religione. L’ateo, da parte sua, potrebbe definire ‘religione’ come un insieme credenze dogmatiche e irrazionali sostenute da una fede rigida e cieca.

Giusto per chiarezza, quando voglio esprimere ciò che l’evangelico intende per religione uso il termine ‘sistema di credenze istituito dall’uomo’, mentre quando mi riferisco a ciò che l’ateo intende con lo stesso termine posso parlare di ‘fede cieca’ o di ‘sistema di credenze dogmatico’. Se comunicare è il vero scopo che ci proponiamo, la precisione è sicuramente molto utile.

Penso che la criticità maggiore, nello studio o nella discussione di qualsiasi soggetto, stia nell’abilità di vedere oltre le parole che vengono usate per porre invece l’attenzione sulle idee. Occorre capire le sottili sfumature di significato che stanno dietro a termini come ‘salvezza’ o ‘sacrificio’, per poter comprendere appieno il modo in cui le parole, scelte da un oratore o da uno scrittore, diano forma al dialogo. Senza la volontà di capire non ci potrà essere comunicazione.

Passo molto tempo a dialogare con persone provenienti da tanti contesti religiosi diversi, o anche semplicemente non credenti. Discuto frequentemente di religione con persone che la disprezzano o che sanno veramente poco di cosa sia la religione e di cosa essa significhi per chi è credente. Tutte queste conversazioni mi hanno permesso di rendermi conto come i principali ostacoli alla comprensione reciproca, siano proprio le parole che si usano comunemente per parlare di religione. Negli insegnamenti bahá’í questo concetto lo troviamo così espresso:

La diversità di lingua è stata una feconda sorgente di discordie. La funzione del linguaggio è la trasmissione di pensieri e intendimenti. Perciò non importa quale lingua un uomo parli o impieghi. Sessant’anni fa Bahá’u’lláh ha raccomandato un’unica lingua come il più grande strumento di unità e la base del dialogo internazionale. (‘Abdu’l-Bahá, The Promulgation of Universal Peace, n.82, traduzione personale)

Qui ‘Abdu’l-Bahá parlava di differenza di linguaggio in senso letterale ma, nella mia esperienza, anche quando parliamo la stessa lingua, capita di non riuscire a comunicare. Con questo voglio dire che quando una persona di fede parla ad un ateo – o quando un cristiano parla ad un hindu, e così via – ci sono buone probabilità che essi non stiano affatto parlando lo stesso linguaggio. Pensare che il significato che diamo ad una parola sia per tutti lo stesso è un’illusione che può essere fonte di equivoci, frustrazioni e discordia.

In questa serie di articoli intendo offrire alcune idee e suggerimenti per evitare insidie verbali e comunicare con efficacia quando si parla di religione.

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Queste sono opinioni puramente personali e non rappresentano l’opinione della comunità bahá’í o di qualunque sua istituzione. Gli scritti bahá’í invitano ogni singolo ad una libera ed indipendente ricerca:

O FIGLIO DELLO SPIRITO!
Ai Miei occhi la più diletta di tutte le cose è la Giustizia; non allontanartene se desideri Me, e non trascurarla acciocché Io possa aver fiducia in te. Con il suo aiuto ti sarà possibile discernere coi tuoi occhi e non con gli occhi degli altri, e apprendere per cognizione tua e non con quella del tuo vicino. Pondera ciò nel tuo cuore, come t’incombe d’essere. In verità la Giustizia è il Mio dono per te e l’emblema del Mio tenero amore. Tienila adunque innanzi agli occhi. (Bahá’u’lláhParole Celate, Arabo, n.2)

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2016-10-30T02:09:43+00:00 venerdì 23 settembre 2016|Categories: Società|Tags: , , , , |1 Commento

Un commento

  1. Mauro mercoledì 28 settembre 2016 al 05:59

    In effetti la questione religiosa è un fatto che prima di tutto riguarda i diritti fondamentali dell’uomo e solo dopo la sfera personale anche se ognuno lo percepisce nell’ordine inverso. Perciò attiene prima alla comunicazione basta osservare che in ogni religione c’e’ prima un Dio, un esempio, trascendente o meno che si comunica poi il crearsi di un continuum religioso.

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