Basta! Liberate i sette bahá’í

In base a tutte le norme di giustizia, i sette dirigenti bahá’í iraniani imprigionati devono essere immediatamente liberati

dalla Bahá’í International Community
documento originale in inglese

I sette bahá'í arrestati nel 2008.

I sette bahá’í arrestati nel 2008. Seduti, da sinistra: Behrouz Tavakkoli and Saeid Rezaie, e, in piedi: Fariba Kamalabadi, Vahid Tizfahm, Jamaloddin Khanjani, Afif Naeimi, and Mahvash Sabet.

Otto anni fa, cinque uomini e due donne innocenti sono stati riuniti e internati nella famigerata prigione iraniana di Evin. Dopo oltre un anno di detenzione illegale, sono stati messi sotto processo, accusati di spionaggio, di «propaganda contro il regime» e di altri presunti crimini legati esclusivamente alla loro credenza e pratica religiosa.

I sette bahá’í – i cui nomi sono Fariba Kamalabadi, Jamaloddin Khanjani, Afif Naeimi, Saeid Rezaie, Mahvash Sabet, Behrouz Tavakkoli e Vahid Tizfahm – sono stati purtroppo condannati a vent’anni di carcere.

Nel mese di novembre, la pena detentiva è stata ridotta a dieci anni, a causa della tardiva applicazione di un nuovo codice penale nazionale adottato nel 2013, che essenzialmente afferma che le pene devono essere scontate contemporaneamente anziché consecutivamente.

Ai sensi del nuovo codice penale, i sette possono ora essere rilasciati sotto cauzione. Come la riduzione della loro condanna, anche questo diritto avrebbe dovuto essere riconosciuto subito dopo l’applicazione del nuovo codice. I sette dovrebbero dunque essere liberati immediatamente, per una questione di giustizia e di coerenza con le leggi nazionali dell’Iran.

Nell’ottavo anniversario della loro incarcerazione, la Bahá’í International Community lancia una campagna intitolata: «Basta! Liberate i sette bahá’í».

«Il titolo – Basta! – ribadisce semplicemente e chiaramente il nostro urgente appello per la liberazione di questi sette prigionieri innocenti», ha detto Bani Dugal, il principale rappresentante della Bahá’í International Community presso le Nazioni Unite. «In primo luogo essi non avrebbero mai dovuto essere arrestati e loro lunga carcerazione – basata esclusivamente sulla loro credenza religiosa – è ingiustificabile legalmente, logicamente e moralmente.

«La campagna», ha detto la signora Dugal, «intende incoraggiare le persone, i governi e le organizzazioni di tutti i settori della società in tutto il mondo a chiedere al governo dell’Iran di seguire le regole delle proprie legislazioni nazionali e di liberare immediatamente i sette dirigenti bahá’í imprigionati.

«Ci auguriamo che la loro storia serva a ricordare per l’ennesima volta che è necessario proteggere le libertà fondamentali garantite dai documenti, come la dichiarazione universale dei diritti umani, che, tra l’altro, sostengono il diritto alla libertà di religione o di credo.

«Il governo dell’Iran è oggi uno dei più eclatanti violatori di questa libertà fondamentale. Speriamo che, richiamando l’attenzione sulla prolungata e ingiusta detenzione di questi sette uomini e donne innocenti, si possa evidenziare l’oppressione che anche molti altri stanno subendo in Iran», ha detto la signora Dugal.

Violazioni del diritto internazionale

Oltre all’interrogativo se la liberazione su condizionale sia stata impropriamente negata, la storia dei sette, del loro arresto e del loro processo evidenza diverse violazioni del diritto nazionale e internazionale.

La signora Sabet è stata arrestata a Mashhad il 5 marzo 2008, mentre gli altri sei sono stati prelevati dalle loro abitazioni a Teheran nel corso di incursioni la mattina presto il 14 maggio 2008.

Durante il primo anno di detenzione, i sette non sono stati informati delle accuse contro di loro e non hanno praticamente avuto alcun accesso a un avvocato. Il loro processo – che si è svolto nel 2010 nel giro di qualche mese e dopo solo sei giorni in tribunale – è stato illegalmente interdetto al pubblico, ha dimostrato che i pubblici ministeri e i giudici erano estremamente prevenuti e si è basato su prove inesistenti.

«L’atto d’accusa emesso contro i nostri clienti… è stato una dichiarazione politica, piuttosto che un documento legale», ha detto uno dei loro avvocati, Mahnaz Parakand. «Era un documento di 50 pagine… pieno di accuse e insulti contro la comunità bahá’í dell’Iran, soprattutto i nostri clienti. È stato scritto senza produrre alcuna prova delle accuse».

I sette continuano a sopportare le dure condizioni di due dei più famigerati carceri iraniani. I cinque uomini sono ora incarcerati nella prigione di Gohardasht a Karaj, una struttura famigerata per il sovraffollamento, la mancanza di servizi igienico-sanitari e la violenza dei detenuti. Le due donne si trovano ancora nel carcere Evin di Teheran.

Protesta globale

Nel dicembre 2015, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una delibera sulla situazione dei diritti umani in Iran, che tra l’altro chiede la liberazione dei sette. L’Assemblea generale ha invocato la loro liberazione anche nel 2012, 2013 e 2014. Nel 2011, l’Assemblea ha detto che il loro processo era stato «profondamente viziato» e ha chiesto di riconoscere loro «i diritti che sono garantiti dalla costituzione».

Nel maggio 2015, il settimo anniversario della loro incarcerazione, numerose persone hanno chiesto la loro liberazione. Fra loro vi sono cinque membri del Parlamento europeo, che hanno parlato in televisione dicendo che l’imprigionamento dei sette è «crudele» e «inaccettabile», l’ex ministro degli affari esteri canadese Rob Nicholson, che ha detto che il prolungato imprigionamento dei sette «è un inquietante promemoria dello spregio per la libertà religiosa da parte del regime iraniano», e il commissario tedesco per i diritti umani, Christoph Strasser, che ha detto che il loro processo «mancava di qualsiasi trasparenza e aveva ignorato principi fondamentali dello stato di diritto».

Nel maggio 2014, influenti personalità iraniane, attivisti dei diritti umani, giornalisti e un prominente capo religioso si sono coraggiosamente riuniti nella casa di uno dei sette per commemorare il sesto anniversario della loro prigionia. Più tardi quell’anno, alcuni capi delle grandi religioni si sono riuniti a Londra per chiedere la loro liberazione.

E, nel maggio 2013, quattro esperti di diritti umani delle Nazioni Unite hanno chiesto la loro liberazione immediata.

Persecuzione sistematica

L’arresto e l’imprigionamento dei sette dirigenti è un aspetto di una persecuzione sistematica, dalla culla alla tomba, che è tra le più «estreme manifestazioni di intolleranza e persecuzione religiosa» nel mondo d’oggi, ha detto Heiner Bielefeldt, relatore speciale dell’ONU per la libertà di religione o di credo.

Nel 1980, più di 200 bahá’í iraniani sono stati uccisi per le loro convinzioni. Centinaia di bahá’í sono stati imprigionati e decine di migliaia hanno perso il lavoro, si sono visti confiscare le loro proprietà o negare l’accesso agli studi. Dopo una protesta internazionale, la persecuzione è di poco diminuita negli anni 1990, solo per crescere nuovamente nel primo decennio di questo secolo.

Dal 2005, sono stati arrestati più di 800 bahá’í e, a partire dal febbraio 2016, almeno 80 bahá’í, tra cui i sette dirigenti, sono stati ingiustamente imprigionati. Attualmente, i bahá’í non sono ammessi a frequentare le università, non possono compiere gli atti di culto che vogliono e sono discriminati in una vasta gamma di attività economiche. Inoltre, il governo continua ad attaccare i bahá’í nei mezzi di comunicazione, conducendo una campagna di odio contro di loro. E negli ultimi anni la comunità bahá’í è stata colpita da varie forme di violenza, come incendi dolosi, graffiti anti bahá’í, profanazione di cimiteri bahá’í e aggressioni ai danni di scolari.

Se ritenete che le continue violazioni dei diritti umani nei confronti della comunità bahá’í iraniana debbano cessare per favore condividete l’articolo sui social network usando i pulsanti che trovate qui in fondo.

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di | 2016-10-30T02:09:48+00:00 17 maggio 2016|Categorie: Notizie|Tags: , , , , , |

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