La violenza verbale: parole di fuoco, parole di luce

Eccomi allora, una completa estranea, e bianca per giunta, che recitando un poema sulla sofferenza causata da un’insulto aveva inconsapevolmente alleviato un dolore del suo passato, il dolore di esser stata chiamata, per insinuazione, un fallimento e, per allusione, anche peggio.

di Jaine Toth
Originale in inglese tratto da bahaiteachings.org

Violenza verbale

Anger! – Foto di Craig Sunter (CC BY-ND 2.0)

Una nota filastrocca inglese suona pressapoco così: “Bastoni e pietre possono rompere le mie ossa ma le parole non potranno mai ferirmi.” Non è vero, è una fesseria, una stupidaggine. Le parole non potranno arrecare un danno fisico ma in effetti danneggiano la psiche. Una parola dura o un insulto possono causare più dolore di alcune ferite corporee e con effetti che si protraggono molto più a lungo.

Recentemente ho sentito e letto di persone che criticano l’ossessione della società per la parola negro. Queste persone sembrano pensare che gli insulti razzisti non offendano. Coloro che non capiscono il dolore degli altri probabilmente non sono mai stati oggetto di pregiudizio o discriminazione. “Smettetela di farne un dramma!” esclamano ma questo tipo di ferite sono molto profonde, schegge piantate nell’anima, molto difficili da rimuovere o dimenticare.

Anni fa la poesia, Incident, di Countee Cullen, non mancava mai nei miei interventi sul tema del razzismo.

In giro una volta per la vecchia Baltimora
pieni il cuore e la testa di gioia,
vidi un baltimorano
che mi guardava fisso.
Bene, io avevo ott’anni ed ero molto
piccolo,
ed egli non era di un dito più alto
di me.
E quindi gli sorrisi, ma quello cacciò
fuori
tanto di lingua e mi chiamò negro.
Io vidi tutta Baltimora
da maggio fino a dicembre;
di tutte le cose che accaddero,
questa è la sola che io ricordi.

(da: http://www.ilcrocevia.it/1/upload/come_il_pane_per_i_grandi.pdf)

La mia amica Anne Perry, durante una visita che le feci a Dallas, mi invitò a fare una presentazione per il suo corso “In Ascesa”. Il mio programma includeva la declamazione della poesia Incident. Una prima volta per la rima e la metrica, la sua cadenza vivace, infatti, è in forte contrasto con il suo messaggio. Poi la recitavo come fosse un testo di prosa, calcando il tono per esprimere il dolore e l’avvilimento insiti nelle parole dell’autore.

Gli studenti, alla prima classe della sessione estiva, che attraverso il linguaggio corporeo, esprimevano inizialmente noia, disprezzo e altre emozioni negative, presto si sedevano protratti in avanti, senza più incrociare le braccia attorno la petto. Le curve ai lati della bocca viravano verso l’alto. I loro occhi, inizialmente spenti e disattenti, ora mi fissavano scintillanti per l’interesse. Ne seguì una discussione animata.

Un’altra insegnante dello stesso corso mi chiese di ripetere il programma per la sua classe il giorno seguente. Alla fine della presentazione l’insegnante afro-americana si alzo lentamente dalla sedia. Con occhi umidi e voce stentata, disse agli studenti: “Quando ero a scuola mi fu chiesto di recitare Incident. La mia interpretazione era piuttosto simile alla seconda appena presentata dalla signora Toth. L’insegnante mi diede una grave insufficienza.”

Eccomi allora, una completa estranea, e bianca per giunta, che recitando un poema sulla sofferenza causata da un’insulto aveva inconsapevolmente alleviato un dolore del suo passato, il dolore di esser stata chiamata, per insinuazione, un fallimento e, per allusione, anche peggio. Probabilmente lei aveva sempre saputo di essere nel giusto, visto che comunque trasudava un’aura di sana auto-stima, ma lo sguardo consapevole nei suoi occhi, mentre mi stringeva la mano, mi rivelò il suo apprezzamento per questo tardivo riconoscimento.

Io stessa ho provato il pregiudizio quando da bambina venivo chiamata “sporca ebrea” o “assassina di Gesù”. Dopo aver accettato la fede bahá’í, mentre frequentavo la scuola superiore, i compagni di classe mi deridevano, pronunciando male, di proposito, il nome “bahá’í” e dicendo che si trattava di una setta. Per questo credo di sapere quale dolore provasse questa donna. Ciò mi spinse a scrivere la mia versione di “Bastoni e pietre”:

Bastoni e pietre possono rompermi le ossa
Ma il dolore degli insulti è peggiore.
Epiteti maligni, negativi
Mi lanciano una maledizione.

Questo passaggio dagli scritti bahá’í ci invita, gentilmente, a moderare il linguaggio, evitando qualsiasi scortesia:

Una parola può essere paragonata al fuoco, un’altra alla luce e l’influenza che entrambe esplicano è palese nel mondo. Perciò il saggio illuminato deve usare innanzi tutto parole blande come il latte, onde i figli degli uomini siano nutriti ed edificati e pervengano all’ultima meta dell’esistenza umana che è lo stadio della vera comprensione e nobiltà. E ancora dice: Una parola è come la primavera che inverdisce e mette in fiore i teneri virgulti del roseto del sapere, un’altra è come un veleno letale. E’ necessario che il saggio accorto si esprima con massima saggezza e tolleranza, così che la dolcezza delle sue parole induca tutti a ottenere ciò che s’addice allo stadio dell’uomo. (Bahá’u’lláh, Tavole 155)

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Queste sono opinioni puramente personali e non rappresentano l’opinione della comunità bahá’í o di qualunque sua istituzione. Gli scritti bahá’í invitano ogni singolo ad una libera ed indipendente ricerca:

O FIGLIO DELLO SPIRITO!
Ai Miei occhi la più diletta di tutte le cose è la Giustizia; non allontanartene se desideri Me, e non trascurarla acciocché Io possa aver fiducia in te. Con il suo aiuto ti sarà possibile discernere coi tuoi occhi e non con gli occhi degli altri, e apprendere per cognizione tua e non con quella del tuo vicino. Pondera ciò nel tuo cuore, come t’incombe d’essere. In verità la Giustizia è il Mio dono per te e l’emblema del Mio tenero amore. Tienila adunque innanzi agli occhi. (Bahá’u’lláhParole Celate, Arabo, n.2)

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di | 2016-10-30T02:10:02+00:00 13 dicembre 2015|Categorie: Società|Tags: , , |

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